Il mare, il buon bere, il mangiare bene e...chi più ne ha, più ne metta

Visualizzazione post con etichetta Maigret. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maigret. Mostra tutti i post

31 dicembre 2024

Post di fine anno (mentre sto preparando un meraviglioso piatto)

Si sta concludendo un anno ancora pieno di soddisfazioni per il mio blog. Un blog che continuo a curare con passione dopo quasi 18 (!) anni di vita(mamma mia!).

Sto ora passando delle tranquille feste natalizie in famiglia con i miei parenti più stretti.

Quest’anno non ho preparato tanti piatti perché sono stato spesso ospite a pranzo o a cena, ma non ho fatto a meno di cucinare i classici (napoletani) del periodo natalizio che non possono mai mancare nella mia famiglia.

Qualche esempio? La mia mitica insalata di rinforzo con acciughe, cavolfiore, salame, ricotta salata, sottaceti, papaccelle, uova sode, e chi più ne ha più ne metta.

Oppure la pizza di scarole che, piaccia o no e contro tradizione, io preparo SEMPRE con pasta sfoglia al posto della pasta di pane. E me ne vanto pure, perché è buonissima così!

Sul fronte dolci, sto sempre più passando dalla parte dei sostenitori del pandoro (“team pandoro” come direbbe qualcuno), specie se di grande qualità (ne ho assaggiato uno di Iginio Massari davvero notevole), piuttosto che di quelli del panettone che mi sta sempre più stancando, anche per i prezzi astronomici di alcuni non sempre di pari qualità e con le mille varianti che ne snaturano l’identità.

Per la cena di Capodanno in questo momento sto preparando un piatto che si preannuncia strepitoso, tratto da una ricetta dello chef Peppe Guida: le candele di Gragnano con genovese di buzzonaglia di tonno. In uno dei prossimi post vi farò sapere come è andata!

Anche questa sera la passerò in famiglia in compagnia degli affetti più cari e anziché andare dopo cena ad affollati e dispendiosi veglioni probabilmente sarò in compagnia anche di un buon romanzo di Maigret 😉.

Con questo post colgo l’occasione per augurarvi (e augurarmi) uno strepitoso anno nuovo!

7 settembre 2022

Sognando Parigi con Doisneau


Sul filo di lana ho potuto visitare la bellissima mostra romana, all'Ara Pacis, su Doisneau, noto fotoreporter di strada francese e maestro della fotografia.
Nei suoi 130 scatti esposti, la città di Parigi è da lui dipinta da tanti bellissimi punti di vista, quello dei suoi abitanti appartenenti ai più vari ceti, dei suoi luoghi, dei suoi mestieri, dei suoi personaggi famosi, dei suoi café.
Di questa mostra ho particolarmente apprezzato le foto scattate nei bistrot, in cui Doisneau fu trascinato dal giornalista e poeta Robert Giraud e dove finirà per sentirsi a proprio agio dopo tanta fotografia "outdoor".
Molto interessante, pur se limitata, anche la sezione dedicata ai portinai e alle portinerie, alle concierges, perché, come afferma Doisneau, “la vera Parigi non può essere concepita senza i suoi portinai" ed i veri portinai, come si leggeva in un servizio di Vogue della sua epoca, esistono solo a Parigi. D'altronde anche in molti romanzi del Commissario Maigret l'autore Simenon, altro maestro nel dipingere magistralmente Parigi, descriveva in modo egregio i portieri, personaggi sempre ben informati e pittoreschi.


Una mostra insomma che vi avrei vivamente consigliato di visitare, se non si fosse conclusa lo scorso 4 settembre. Ma vedrete che ci saranno tante altre occasioni per incrociare la strada di questo maestro della fotografia e per tutti noi navigare in questo mare sarà ancora una volta dolcissimo...

5 febbraio 2022

Freddo e gelo, il rimedio è una soupe à l’oignon gratinée!


In questi freddi giorni invernali, compresi quelli del lungo gennaio appena passato, si sente l’esigenza di mangiare qualcosa di caldo e confortevole. Che c’è di meglio allora di una buona zuppa?
In questo periodo ne sto preparando di buonissime, con tante ottime verdure, singolarmente utilizzate, come zucca, cavolfiore, verza, zucchine, patate, ecc. che cuocio in abbondante liquido dopo averle fatte soffriggere di solito con della cipolla. Nello stesso liquido abitualmente cuocio poi la pasta, tipicamente una pasta mista, che arrivata a cottura porta come risultato finale una zuppa densa e davvero (in)saporita. Da mangiare rigorosamente tiepida, con abbondante parmigiano o pecorino. Siamo al top, vi assicuro!
Ma il mio forte orientamento alla Francia mi ha portato recentemente, dopo tantissimo tempo devo dire, a preparare anche la mitica “Soupe à l’oignon gratinée”.
Di questa zuppa ho parlato diverse volte in questo blog, sottolineando che mi piace poco la sua traduzione italiana (zuppa di cipolle gratinata ?!?, orribile!) e che questo piatto è legato indissolubilmente a Parigi, al quartiere di Les Halles in particolare, dove veniva preparata negli ex mercati generali dai lavoratori del posto, che la consumavano la mattina presto per scaldarsi un po’ e contrastare il freddo rigido.
Quando si parla di soupe à l’oignon gratinée non si può non menzionare il Commissario Maigret di Simenon, che la cita più volte nei suoi romanzi, come ad esempio nei bellissimi “Maigret e l’affare Picpus“ e “Maigret e la giovane morta”.
Il Commissario spesso abbinava questa soupe ad una buona birra bionda alla spina, con cui effettivamente si sposa in modo perfetto. Ai tempi di Simenon e del Commissario non esistevano certo le birre artigianali con specifiche caratteristiche a cui qualcuno oggi vorrebbe/potrebbe abbinarla, ma semplicemente appunto delle buone, godibili e fresche birre bionde. Punto. Che sono quelle che anche io di solito prediligo rispetto a molte altre tipologie.
Ma veniamo alla ricetta di questa soupe, che presenta diverse varianti. Ecco quella che ho scelto questa volta:
 
Pelare e affettare sottilmente quattro cipolle. In una pentola scaldare dell’abbondante burro, aggiungere le cipolle e cuocere a fuoco basso mescolando spesso, finché non diventano dorate. Sfumare con del vino bianco, salare, pepare ed aggiungere del brodo di carne, abbassando successivamente la fiamma e lasciando sobbollire per circa un'ora.
Trasferire il tutto in delle ciotoline singole sulle quali si saranno poste delle fettine di baguette (usate solo questo pane, mi raccomando!) abbrustolite (in forno da entrambi i lati) e dell’abbondante “gruyère rapé”. Gratinare quindi in forno caldo a 250°, usando il grill, per una decina di minuti circa, o comunque finché non si forma una crosticina dorata. Bon appétit!
 
Ps a Parigi ho mangiato un’ottima soupe à l’oignon gratinée, probabilmente ve l’avrò già detto, alla Brasserie Vagenende nel quartiere Saint Germain. Se vi capita, provatela lì ;)

2 maggio 2020

Un viaggio virtuale nella Parigi di Simenon e Maigret


Ho scoperto per caso alcuni giorni fa su Rai3 un’interessante trasmissione, "Punto di Svolta, in cui si parlava dello scrittore Simenon (la trovate qui).
Un romanziere che adoro, di cui ho letto tantissimo, capace di descrivere come nessun altro le atmosfere e i personaggi delle sue opere, facendo immergere il lettore nel miglior modo possibile nel cuore della narrazione. Con Simenon infatti, come si sottolineava giustamente nella trasmissione, “vediamo subito ogni cosa, percepiamo i colori, sentiamo i rumori, avvertiamo gli odori”…
Il suo personaggio a cui siamo più affezionati, il Commissario Maigret, rispetto ad altri detective rivolge un’attenzione specifica alla gente normale, les petit gens, ed è stato definito un “riparatore di destini”. Una persona cioè che, intuendo il destino di chi sta percorrendo strade sbagliate, cerca di correggerlo.
Simenon ha descritto in tanti romanzi con grande dovizia di particolari la sua Parigi e quella del Commissario Maigret, l’atmosfera della capitale francese, la sua “aria”.
La Parigi di Maigret è fatta sì di luoghi inventati, ma anche e soprattutto di ambientazioni reali.
A cominciare dal numero 36 del Quai des Orfevres, nei pressi di Notre Dame, sede del Palazzo di Giustizia ed un tempo della Polizia Giudiziaria, palcoscenico principale delle inchieste del Commissario Maigret.
La trasmissione ci accompagna poi in altri fascinosi luoghi della Ville Lumière, raccontandoci al tempo stesso i momenti salienti della vita di Simenon.
Approdiamo allora nella bellissima, elegante e geometrica Place de Vosges, dove lo scrittore di Liegi risiedette e fece risiedere per un breve periodo Maigret, apprezziamo i grandi boulevard di Montparnasse, il fascino di Saint Germain des Près con lo storico locale “Les Deux Magots”, il verde e le fontane dei Giardins du Luxembourg, lo charme del Canal Saint Martin...


Vi consiglio quindi vivamente di vedere questa puntata, se non altro per rivedere e rivivere una città bellissima, vivace, brulicante di gente, nella speranza di poterci tornare il più presto possibile e di viverla in prima persona.
Della Parigi di Simenon e Maigret ho parlato anche in questo post, mentre un “dipinto” da non perdere a tal proposito è il pezzo che scrisse Gianni Mura nel lontano 2006 (lo trovate qui).
Ognuno porta con sè una propria Parigi ma noi, amanti di Simenon, la vediamo e gustiamo in tutti i sensi decisamente con gli occhi attenti e bonari del Commissario Maigret…

Ps 1: a proposito di Canal Saint Martin ho ritrovato tra vecchi dvd quello relativo al noto film “Hotel du Nord”, uscito nel 1938 e diretto da Marcel Carné, con Arletty.
L’insegna “Hotel du Nord” è presente tuttora in questa zona di Parigi, che vi invito a visitare se non la conoscete.


Ps 2: sempre a proposito di Maigret recuperate su Raiplay il lungometraggio “Maigret a Pigalle” con il grande Gino Cervi. Vedrete una Parigi quasi anni ’70 davvero piacevole e dalla calda atmosfera. E che belle macchine si vedono in giro in questo film, tra cui la mitica 2CV. Buona visione!

19 gennaio 2019

Pepe Carvalho, Biscuter e alcune loro passioni gastronomiche


Amo leggere i gialli, è noto. Possibilmente quelli in cui oltre all’intreccio e al romanzo poliziesco interviene un'accurata descrizione dei personaggi e dell’ambiente.
In questo è un maestro Simenon, che oltretutto descrive egregiamente le atmosfere parigine attraverso, ad esempio, il suo Commissario Maigret.
Maigret è un detective di grande umanità ed abilità ed è anche, come noto, un fine gourmet. Per tutti questi motivi ho letto finora più di trenta suoi romanzi.
Ma nella letteratura vi sono altri notissimi “commissari gourmet”. Tra questi senza dubbio figura Pepe Carvalho, nato dalla penna di Manuel Vazquez Montalban. Questo investigatore privato, più che commissario, è sempre coadiuvato, nei romanzi in cui è protagonista, dal fido assistente Biscuter, che gli cucina manicaretti di livello almeno pari alle sue elevate conoscenze gastronomiche (Carvalho aveva risposto così a chi gli chiedeva se Biscuter avesse un ristorante: "Più che un ristorante è un lavabo con cucina, ma ci prepara delle meraviglie").
Orbene, in un libro che ho letto di recente di Montalban (“La rosa di Alessandria”) ho ancora una volta gradito molto, oltre alla bella storia, anche alcuni suggerimenti golosi, necessariamente influenzati da una cultura gastronomica, quella spagnola, che devo dire essere sempre molto intrigante.
In questo romanzo sono citate, tra le altre, due ricette (se vogliamo considerarle tali) stuzzicanti, anche se molto semplici. Una è un abbinamento proposto in un ristorante in cui Carvalho e il suo assistente si erano recati: Camembert impanato e fritto con marmellata di pomodori. Tale abbinamento è a mio avviso buonissimo e dovrò prima o poi provarlo a casa.
Altra, tra le tante, citazione gourmet è quella relativa ad un sandwich che la presunta fidanzata di Carvalho, Charo, amava tanto farsi preparare dal suo compagno: il panino in questione è composto da pane in cassetta con maionese all'aglio, lattuga, mortadella, fettine di pomodoro, formaggio (non meglio precisato) e cetriolini sottaceto. Un sandwich che per curiosità ho preparato e devo dire che è risultato davvero buono, fresco, goloso e gustoso.
Non mi resta che rimandarvi alla prossima ricetta di qualche altro "detective gourmet". Next time sarà la volta di Nero Wolfe?

12 aprile 2018

Tripe à la mode de... Montalcino


In tanti anni di blog credo di non aver mai pubblicato una mia ricetta sulla trippa. Sembra incredibile ma è così.
Nella mia famiglia, del resto, non c'è una consolidata tradizione nel mangiarla, anche se questa materia prima non mi dispiace per niente, anzi.
In ogni caso l'unico modo in cui normalmente la mangio è quello classico, alla romana, con menta e pecorino: buonissima!
Tra le altre ricette che conosco a base di trippa, ve ne sono almeno altre due-tre che vorrei menzionare.
Posso senz'altro dire innanzitutto che in terra di Toscana piatti a base di trippa e dintorni non mancano, in quanto rientrano nella sua cucina tradizionale. La prima cosa che mi viene in mente, ad esempio, è lo street food per eccellenza di quelle parti, il lampredotto. Ho assaggiato inoltre tempo fa un'ottima trippa alla fiorentina in un viaggio verso il Cheese di Bra quando ci fermammo per una pausa nei pressi di Firenze. Un gran piatto che prevede l'utilizzo anche di sedano-carota-cipolla, aglio, rosmarino e del parmigiano al posto del pecorino.
E poi c'è il piatto che vi presento oggi, che mi ha sempre incuriosito e che pare sia preparato nella zona di Montalcino: la trippa allo zafferano.
L'assaggio/degustazione non l'ho fatto in Toscana bensì a casa mia, di recente. Si tratta di una ricetta molto semplice, ma vi assicuro buonissima.
Eccola:
In un bicchiere (o in una tazza da latte) di acqua calda far decantare per un'ora degli stimmi di uno zafferano di qualità magari proprio toscano, ad esempio quello della Val d'Orcia o di San Gimignano (io invece ne ho usato uno altrettanto buono, quello Dop di Sardegna, di San Gavino).
Nel frattempo cuocere la trippa tagliata a listarelle (di solito in commercio è venduta già così, in vaschette) in acqua bollente per circa 15-20 minuti.
Successivamente in una padella far imbiondire in olio extravergine dell’aglio e della cipolla e versarvi dentro la trippa cotta. Alzando la fiamma, sfumare con del vino bianco fino a far evaporare la sua parte alcolica. Salare e pepare. Cuocere quindi a fuoco lento, aggiungendo lo zafferano e la sua infusione, e continuando la cottura per altri 20 minuti. Se la preparazione divenisse troppo secca, aggiungere poca acqua. A cottura ultimata, impiattare cospargendo la preparazione di una generosa dose di pecorino grattugiato, preferibilmente di Pienza (io ho invece usato, per fare il bastian contrario, un ottimo pecorino Romano :-). Ovviamente il vino in abbinamento “deve” essere un Chianti.
Da grande amante della Francia, infine, non posso esimermi dal citare un altro ottimo modo di preparare la trippa. In Normandia vi è infatti un celebre piatto tipico, la “Tripe à la mode de Caen” (citato anche da Simenon nei romanzi del Commissario Maigret) che viene preparato utilizzando anche del sidro secco e del Calvados, bevande tipiche della regione. In questa ricetta è previsto anche l’utilizzo del piedino di bue, oltre a molti ortaggi ed erbe aromatiche che cuociono per lunghissimo tempo in un apposito recipiente di terracotta, la "tripière”.
Esiste persino una Confraternita, chiamata della Trippiera d'Oro, che tutela l’autentica ricetta di questa trippa e premia annualmente chi la cucina meglio.
Buona trippa a tutti!

8 aprile 2016

Un etnologo al bistrot

Foto tratta dal sito www.raffaellocortina.it
Non credo di avervi mai detto che sono un assiduo lettore dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore, un ottimo settimanale che parla di cultura in tutte le sue espressioni, dall’arte alla letteratura, dalla filosofia alla storia, dalla musica al cinema.
Ebbene, grazie a questo interessante supplemento e ad un suo bell'articolo ho scoperto un delizioso libro ("Un etnologo al bistrot") che consiglio a tutti coloro i quali, come me, amano la Francia e quegli affascinanti locali e “istituzioni” che rispondono al nome di bistrot.
Un libretto molto gradevole che si legge piacevolissimamente e scorrevolmente che riguarda appunto proprio questi luoghi, analizzati e sviscerati dall’autore (l’etnologo Marc Augé) sotto i più vari profili e punti di vista.
Il bistrot è un simbolo della Francia e, sia pur esportato in tutto il mondo, rimane sempre un emblema che la identifica, rappresentando un baluardo anche della città dove più sono presenti non solo fisicamente, e cioè Parigi.
Il bistrot è un luogo delle relazioni “di superficie”, dove non conta ciò di cui si parla (a volte si scambiano parole per non dire nulla), ma piuttosto i gesti che si compiono e le interazioni con le persone. Anche se bisogna ammettere che il bistrot non è soltanto un luogo di relazioni sociali, ma pure il posto dove ognuno ritrova sè stesso (al bistrot vi sono più persone sole che coppie) senza interagire con gli altri. O al massimo con un fidato cameriere che ben conosce i comportamenti dei clienti, anticipandoli, ed il modo di trattare gli habitués di questi locali.
Il bistrot è quindi un posto dove si vuole essere accolti ma al contempo anche ignorati, in quanto i rapporti con chi li frequenta sono assolutamente facoltativi.
Esso è un teatro della vita, in cui si è al tempo stesso attori e spettatori e dove si può stare per ore ad osservare tutto quello che accade nei tavoli vicini o in strada, analizzando storie carpite segretamente o solo intuite. Davanti ai suoi banconi di zinco (il centro di gravità di questi locali, secondo l’autore), alle sue sedie in legno, ai suoi arredi, ai suoi specchi, “vengono offerti frammenti di storie vissute in tempo reale delle quali chiunque può immaginare a suo piacimento quello che è successo prima e quello che succederà dopo”. Lo spazio del bistrot, in questo senso, può dirsi romanzesco.
Il bistrot rappresenta anche un altro tipo di spazio, quello cosiddetto intermedio: la mattina quando ci si reca al bistrot non si è più casa, ma nemmeno ancora altrove; al ritorno non si è ancora a casa, ma nemmeno più altrove. E’ una sorta, quindi, di prolungamento dello spazio domestico o un’anticipazione del ritorno a casa.
Parlando di bistrot nel libro non si può non citare il Commissario Maigret di Simenon che proprio dentro a questi locali, nel mentre beveva un calice di bianco, un liquore o una birra o assaporava l’ottima cucina locale che questi posti esprimono, è sempre riuscito a trarre decisivi spunti sui casi da risolvere, osservando da vicino o più da lontano i comportamenti di personaggi chiave delle sue inchieste, siano essi protagonisti o testimoni. E a noi tutti, amanti e lettori di Maigret, piace immergerci nelle atmosfere in cui agiva il Commissario e dove il bistrot aveva sempre un ruolo cardine, insieme a bettole di passaggio o alberghetti di provincia.
Oggi i bistrot stanno assumendo una naturale evoluzione, virando a volte su ”locali dependance” di quelli dei grandi chef, meno costosi e con un numero inferiore di piatti offerti ma sempre di qualità e innovativi (si parla a tal proposito della cosiddetta “bistronomie” che oggi tanto va di moda in Francia).
A me piace però pensare (e sperare) che i bistrot non si snatureranno troppo e che si possa continuare a mangiare presso di essi soltanto l’autentica cucina francese del territorio. Molti bistrot hanno un’origine regionale e sin dalle loro insegne, per dirla con Augé, “vi è una promessa di ghiotta autenticità, dove il sapore di un vino è associato al profumo di qualche specialità cucinata con tutti i crismi”.
Ed io, come l’autore del libro, non voglio e non vorrò mai rinunciare a una testina di vitello in salsa gribiche, a una fricassea di vitello o ad una splendida salsiccia aux deux pommes preparata classicamente e come Dio comanda.

7 settembre 2013

Paris est (toujours) une fête

 
Il mio viaggio a Parigi dello scorso luglio è ormai lontano, ma trovo solo ora il tempo di riordinare le idee sugli ottimi ristoranti che ho sperimentato nei giorni in cui sono stato nella Ville Lumière.
Questa volta vi racconto il mio tour per zone della città.
Il quartiere del Marais, vicino alla vivace Place de la Bastille, è il primo di cui vi parlo in questo goloso tour. Il Marais è un quartiere molto carino e alla moda, che consiglio sempre a tutti di visitare. Belle botteghe, negozi non omologati, musei molto interessanti ed originali, cibo kosher e felafel da sogno. Volendo fare una piccola deviazione, per i fan di Maigret non lontano da qui c’è il Boulevard Richard Lenoir, dove abitava nei romanzi di Simenon il noto Commissario (in realtà si tratta di un Boulevard piuttosto lungo, che arriva praticamente fino a Place de la République ed è proprio quasi alla fine di questo viale che si trova la sua abitazione).


Nel quartiere del Marais ho scoperto due ristoranti veramente meritevoli di essere recensiti, tutti casualmente nella stessa via, rue Vielle du Temple.
Il primo, Robert et Louise è definito “restaurant de feu” in quanto la sua specialità è la carne cotta a legna in uno scoppiettante e affascinante camino.
 
 
E’ un ristorante quasi d’altri tempi, che stride un po’ con lo stile del quartiere. Ma che bontà si possono trovare… La carne alla brace (tra cui l’ottima entrecôte) è tenera e succosa, servita con patate, insalata e deliziose salsine che solo i francesi sanno utilizzare così sapientemente.
 
 
Bello anche il locale, rustico, molto caldo ed accogliente e non caro. Si può mangiare anche sul bancone, se non c’è molto posto, e ciò aumenta il già forte fascino del locale.
Sempre in rue Vielle du Temple, poco lontano da questo ristorante, c’è una crêperie bretone à ne pas manquer, il Breizh Cafè .
 
 
Superato “lo scoglio” del proprietario davvero scortese, il posto è molto carino e si mangiano delle autentiche, classiche e croccanti crêpes bretonnes, le famose galettes di grano saraceno.
 
 
Ma le crêpes offerte sono anche declinate in mille altre varianti, anche “innovative”, con ingredienti e materie prime di alta qualità. Non a caso lo slogan del locale, aperto dal 2007 e con sedi anche a Cancale e Tokyo, recita: “La crêpe, autrement”. Ottimi anche i sidri, anche bio, serviti in seducenti “ciotole” di terracotta, che possono essere serviti con delle gustose crêpes dolci, oltre che con le galettes (in questo caso prendete quello molto secco).
 
 
Ci spostiamo ora in zona Montparnasse, un quartiere dalla cui stazione partono i treni verso l’Ovest, in direzione quindi della Bretagna, dell’Atlantico, dei paesi della Loira.
E’ un quartiere vivace, dominato dalla famosa Tour dalla quale, come la Torre Eiffel, si vede tutta Paris. A Montparnasse ci sono dei gloriosi ristoranti come Le Dome, La Rotonde (uno di fronte all’altro) o La Coupole, locali molto eleganti e cari che accolsero durante la Belle Epoque e non solo grandi artisti e scrittori (Picasso, Modigliani, Ezra Pound, Cartier Bresson solo per citarne alcuni).


Le Dome in particolare, oggi lussuoso restaurant de poisson, venne definito caffè anglo-americano per la presenza di scrittori inglesi ed americani che lo frequentavano, tra cui il grande Hemingway che lo citò anche nel suo bel romanzo “Paris est une fête”.
A Montparnasse ho optato per un ristorante sempre di proprietà del Dome, ma “più abbordabile” in termini di conto finale: Le Bistrot du Dome (il Dome possiede lì accanto anche una pescheria). Anche in questo caso si tratta di un restaurant de poisson dall’ambiente piacevole e accogliente e dai piatti a base di pesce particolarmente sfiziosi, indicati giornalmente sulla lavagnetta esterna.
 
 

Ho assaggiato in particolare un ottimo gazpacho andaluso con spiedino di gamberi e un lotte (una sorta di rana pescatrice) al limone confit (grande prodotto!), di una delicatezza e di un profumo eccezionali.


Sempre a Montparnasse ho scoperto (purtroppo tardi) un locale da sogno, molto simile a Vagenende, dagli interni Art Nouveau che era molto in voga durante la Belle Époque.


Già pregusto di assaggiare in un prossimo viaggio a Parigi le sue specialità come l’épaule d’agneau confite «façon 7 heures», il demi poulet rôti au jus, frites maison o il foie de veau poêlé lyonnaise, purée maison.
Last but not least un’altra mia validissima degustazione parigina: in zone “variabili” di Parigi (Place de la Madeleine, Porte Maillot, ecc.) c’è un camion “che fuma” ;-) ("Le camion qui fume") e che fa degli hamburger veramente gourmand: qui la mia recensione.
E la descrizione di altri luoghi golosi (e non solo) di Parigi non finisce qui… Stay tuned

6 luglio 2012

Un bel tour grazie al Tour


Anche quest’anno sono andato a vedere una tappa del Tour de France ciclistico. Questa volta il Tour partiva da Liegi, ma io ho dormito a Bruxelles perché non ho trovato posto nella città che ha dato i natali a Simenon. In questo post sintetizzo molto velocemente quello che ho fatto e visto per poi postare specifici articoli sulle città e luoghi mangerecci dove sono stato e che vi consiglierò vivamente di visitare.
Di seguito vi riporto un sintetico indice per argomenti che poi si dipanerà successivamente in altri post.

Bruxelles: città dove sono già stato altre volte ma dove torno sempre volentieri. La zona intorno alla Grand Place è veramente carina e piena di ristorantini molto caratteristici. Ma attenzione a non incappare in quelli turistici… Tuttavia, anche in zone molto turistiche della città, si trovano degli egregi ristoranti e birrerie che mi hanno fatto scoprire tanti prodotti tipici belgi e piatti-monumento della gastronomia del “plat pays”. Ho visto di questa città ovviamente anche zone che non conoscevo (come il quartiere Marolles), ho visitato la storica Brasserie Cantillon ed il bellissimo parco vicino al Palazzo Reale dove spiccavano delle belle opere di artisti dedicate alla gastronomia belga (nel 2012 a Bruxelles si festeggia l’anno della gastronomia con tantissime iniziative interessanti in merito, di cui vi parlerò).


A Bruxelles poi in molte zone della città si è “accompagnati” dalla presenza del personaggio dei fumetti simbolo del Belgio: Tin Tin. Tutto parla di lui, dai muri delle strade, alla pubblicità sui palazzi e nelle stazioni, ai negozi fino ad arrivare al bellissimo museo della “Bande Dessinée”.

 Europei 2012: ero a Bruxelles nelle due sere in cui l’Italia ha giocato contro la Germania e la Spagna. Tutte e due le partite le ho viste in un bel pub del centro. Nella prima partita in questo locale prevalevano nettamente gli italiani sui tedeschi. I festeggiamenti ed i caroselli dopo la vittoria dell’Italia erano davvero paragonabili a quelli che ci sono stati nelle principali città italiane.


Diverso discorso con la Spagna: netta prevalenza spagnola nel pub e “casino” indescrivibile dopo il 90’ a Place de la Bourse al grido di “Campeones, campeones, alé, alé, alé”…


Le Tour: il Tour per me è sempre una festa come ho più volte detto. Philippe Delerm, scrittore francese di bei libri, dice che se anche escludiamo tutti i ciclisti dopati rimane comunque molto al Tour: la Francia.


Questo è il Tour de France. Un tripudio di emozioni, di colori, di gesti tecnici; la folla, l’entusiasmo, la fatica dei corridori (e degli spettatori), una metafora della vita.

Delle belle miss che premiano la maglia a pois al Tour

Quest’anno il Tour partiva da Liegi: bella città soprattutto nel cosiddetto Carré, un quadrilatero di fascinose viuzze, anche se il Tour ha assorbito quasi tutta la mia giornata passata lì. A Liegi, comunque, vale la pena di andare solo per vedere la sua futuristica e stupenda stazione, progettata se non erro da Calatrava.



Un pupazzo del Commissario Maigret a Liegi

Bruges e Gand: ho rivisto con grande piacere queste due belle cittadine non lontane da Bruxelles che avevo visitato nel mio secondo viaggio all’estero in un freddo settembre di tantissimi anni fa (a Gand, allora, i primi giorni di settembre il termometro non eccedeva i 9°C!).


Le ho riviste con un occhio diverso ed ho molto apprezzato soprattutto Bruges, davvero degna di essere considerata la Venezia del Nord. Bella la sua Grand Place, come pure tutte le piazze grandi delle principali città del Belgio: hanno qualcosa di sontuoso e sono quasi dei salotti, che solo in questa nazione riescono ad essere così eleganti. Ho imparato pure qualche parola di fiammingo perché nelle Fiandre i cartelli in francese potete scordarveli…

Il tempo: erano circa 10 gradi in meno rispetto a Roma. Il maglioncino la sera era d’obbligo. Ma sono riuscito ad abbronzarmi nonostante il tempo “fresco-caldo-freddino-piovoso-coperto-di nuovo caldo-ventoso”…



Cibo e birra: non voglio anticiparvi nulla, ho fatto tante scoperte e riscoperte, ma di un prodotto non posso esimermi dal parlarvene sin da ora: il mitico sciroppo di Liegi! Qui trovate notizie e ricette. Ma non voglio dirvi di più e di questo ed altro vi parlerò nei prossimi post…:-)

26 gennaio 2012

A zonzo con Maigret ed il suo ossobuco con lenticchie


Nel mio recente soggiorno parigino mi sono divertito anche ad andare a visitare alcuni luoghi in cui bazzicava il mio commissario preferito, il Commissario Maigret. Si è trattato quasi sempre di posti che non conoscevo e che ho avuto quindi modo di apprezzare, a completamento delle mie conoscenze sulla città.
Chi legge i romanzi di Simenon dedicati a Maigret (sul quale tra l’altro è appena iniziata una collana molto interessante distribuita con il Sole 24 Ore) sa bene che Maigret aveva il suo ufficio al 36 del Quai des Orfèvres, a poca distanza da Notre Dame.


Al civico 36 vi era (ora non più) la sede della Polizia Giudiziaria e del Palazzo di Giustizia, tuttora presente. In una targa sotto l’attuale Palazzo di Giustizia, viene citata la storia di questa via e si dice che quest’ultima è stata resa nota proprio dai romanzi di Maigret. All’interno del suo ufficio, Maigret disponeva di una stufa in ghisa che non voleva abbandonare nemmeno con l’avvento del riscaldamento centralizzato e poteva vedere dalla sua finestra la Senna più o meno come la si vede dalla foto qui di seguito.


Durante i lunghi interrogatori che nel suo ufficio effettuava ad imputati vari, a volte non c’era nemmeno il tempo di mangiare ed allora i suoi fidi assistenti ordinavano per suo conto panini e birre alla limitrofa Brasserie Dauphine. Quest’ultima non esisteva realmente con questo nome, ma dovrebbe corrispondere ad un locale, “Aux Trois Marches”, che Simenon e quindi Maigret frequentava realmente e spesso e che ora è il ristorante interno dell’ordine degli avvocati.
Questa brasserie è situata nella bellissima Place Dauphine, proprio alle spalle del Quai des Orfèvres. E' una piazza davvero molto elegante, con bei palazzi e con al centro dei curati giardini e belle panchine.



Qui sembra di essere immersi in una foto ingiallita dal tempo, con della fascinosa terra battuta color giallo-senape per terra in corrispondenza dei giardini.


Ci sono stato inoltre in una giornata abbastanza fredda, con poca gente in giro e ciò le conferiva uno charme ancora maggiore. Particolare è anche il fatto che tale piazza si trova nella parte finale dell’Ile de la Cité e quindi la sua estremità ha una forma angolare, ad angolo acuto.
Tornando al mio mini-itinerario maigrettiano, proprio alle spalle di Place Dauphine c’è anche un bistrot citato nel romanzo di Maigret “La Chiusa n.1” che si chiama “Henry IV”.


Maigret infatti amava andare nei bistrot sia per osservare nel modo migliore possibile i potenziali responsabili di un delitto che li frequentavano, sia soprattutto perché era un grande buongustaio ed amava (come me) la cucina familiare, semplice, schietta e tradizionale di questi locali.
Ed è proprio in un caratteristico bistrot parigino che Maigret, in uno dei romanzi che recentemente ho letto, ha consumato un ottimo ossobuco con lenticchie. Allora, poiché alcuni giorni fa c’è stato l’ossobuco day ed io adoro l’ossobuco, era naturale collegare Maigret all’ossobuco. Ed ecco il motivo per cui è nato questo post.


Per preparare l’ossobuco con lenticchie di Maigret occorre infarinare gli ossibuchi e farli rosolare in un tegame ampio in olio extravergine con sedano, carota e cipolla tritati. Dopo averli girati di tanto in tanto, sfumare con del vino (io stavolta ho utilizzato un ottimo rosso) ed aggiungere poi del brodo vegetale e poca salsa di pomodoro. Far cuocere una decina di minuti e poco dopo aggiungere le lenticchie lessate (io ho usato quelle in scatola, vanno benissimo!). Portare a cottura a fuoco bassissimo e servire ben caldi.
E’ un piatto gustosissimo, soprattutto per il fatto che le lenticchie assorbono tutto il sapore della carne che è altrettanto saporita e morbida.
Viva Maigret e il suo creatore Simenon, ma soprattutto viva l’ossobuco!

14 dicembre 2010

Du Muscadet, s’il vous plaît


Oggi parliamo di Muscadet. Forse non tutti conoscono questo vino prodotto in un’area intorno a Nantes*, non lontano dalla costa Atlantica. Ma chi legge i romanzi di Maigret dovrebbe ricordare che il noto Commissario beveva questo vino quando era più caldo ed aveva sete. Il Muscadet è infatti un vino relativamente semplice, prodotto con uva Melon de Bourgogne, chiamata localmente Muscadet. Le tipologie più pregiate di Muscadet provengono dalla sottozona “Sèvre-et-Maine”, un’area che prende il nome dai due omonimi fiumi che scorrono nella zona. Al fine di migliorare la struttura di questo vino, negli anni ‘70 e ‘80 molti produttori iniziarono a far maturare il Muscadet sulle proprie fecce (“sur lie”) e lieviti, una pratica che indubbiamente conferisce al vino una maggiore complessità.

L'areale di produzione del Muscadet
Immagine tratta dal sito http://www.nantes-tourisme.com/fr/decouvertes/autour-de-nantes/route-des-vins-10207.htm
  Qui a Roma da “Comptoir de France” ho trovato un ottimo Muscadet biodinamico prodotto da Guy Bossard il cui vino è in coltura biologica dal 1975, con inizio dei trattamenti biodinamici a partire dal 1992. L'obiettivo di Guy è di ottenere una vite resistente seguendo i principi biodinamici, in grado di poter esprimere tutte le sfumature del territorio per il piacere del consumatore.
Il Muscadet è noto per i suoi abbinamenti con i crostacei e i frutti di mare ed ha dei sentori finali salini, quasi iodati, che ricordano il mare che a me piacciono molto.
E’ ottimo da bere nelle belle serate estive, ma anche in abbinamento ai piatti di pesce della Vigilia di Natale che si sta piacevolmente avvicinando.
Con l’aiuto della mia amica blogger Gracianne (che ringrazio ancora) ho avuto poi la segnalazione anche di altre aziende che producono un ottimo Muscadet che spero di assaggiare in altre occasioni, quando potrò reperire questi vini. Eccole:

• Domaine de la louveterie ed in particolare la cuvée Amphibolite Landron (segnalato a sua volta a Gracianne da Patrick CdM, un bretone del blog "Cuisine de la Mer", che lo definisce il migliore Muscadet del mondo!)
• Nelly Marzeleau (domaine du Presbytère)
• domaine de La Landelle

Per finire, vi lascio con una ricetta bretone a base di Muscadet, tratta dal libro “Les recettes bretonnes de Tante Soizic”, Editions Ouest France. Si chiama "Escalopes de veau à la mode d’Iffiniac".
Iffiniac è un paesino vicino alla baia di Saint Brieuc in Bretagna dove si producono delle cipolle molto particolari di tipo giallo/dorato.

Ecco gli ingredienti:
(per 5 persone)

5 piccole scaloppe di vitella
1 kg di cipolle d’Iffiniac (non le troverete in Italia, ma utilizzatene altre gialle/dorate)
1 bicchiere di Muscadet
sale, pepe
groviera grattugiata
pangrattato
100 gr di burro

Far fondere nel burro in un tegame le cipolle tagliate molto sottilmente finché non diventano dorate. Aggiungervi la carne e grattugiarvi sopra il formaggio groviera, spargendovi anche del pangrattato. Far cuocere per pochi minuti. Aggiungere un bicchiere di Muscadet e infornare a fuoco moderato per 45 minuti. Si formerà una gustosa crosticina ma l’interno sarà morbido grazie alle cipolle.
E’ un piatto buonissimo che vi consiglio di provare. Io personalmente amo molto l’abbinamento cipolle-groviera come nel caso della Soupe à l’oignon gratinée. L’ultima volta che ho preparato questa carne non l’ho fotografata ma solo mangiata, di qui il motivo dell’assenza della foto…

*città della Francia, tra l’altro, che legge di più il mio blog in base alle statistiche google

8 dicembre 2010

Intervista a Gianni Mura


Gianni Mura è il giornalista sportivo che amo di più. I suoi articoli sul ciclismo e sul calcio sono dei veri capolavori e si leggono sempre con grande interesse e piacere. Ma Gianni Mura è anche un grandissimo esperto di enogastronomia e allora ho pensato che una persona che scrive con gran stile di cose che coincidono con le mie grandi passioni meritava di essere intervistata sul mio blog.
Ho allora scritto un’e-mail al suo indirizzo di posta elettronica, non avendo però grandi speranze di risposta, visti i notevoli impegni che i giornalisti hanno quotidianamente.
Con grande piacere dopo poco ho invece ricevuto la sua gradita risposta ed ora eccomi qui ad intervistare una persona che stimo molto.
I suoi articoli infatti non si limitano a descrivere i risultati dell’evento sportivo, ma raccontano storie, fanno scoprire aspetti inediti legati ai campioni dello sport, sono pagine di vita. E sul Venerdì di Repubblica apprezzo molto anche la sua rubrica settimanale sui ristoranti.
Secondo me non è un caso che sono sempre le grandi firme del giornalismo sportivo ad essere anche dei grandi esperti di enogastronomia. Penso ad esempio anche al grande Gianni Brera, di cui Gianni Mura è stato grande amico e sul quale ha scritto, dopo la morte di Brera, un bellissimo articolo intitolato “I senza Brera”.
Gianni Mura, qualche anno fa, ha inoltre scritto un libro, “Giallo su giallo” che mi è davvero piaciuto, perché mette insieme tante mie passioni come il Tour de France, la Francia, i gialli e il mangiare/bere bene.

Gianni Mura, dopo tanti anni come “suiveur” al Tour de France segue sempre questa corsa con lo stesso entusiasmo?

Dal punto di vista sportivo l’entusiasmo è minore. Il fenomeno del doping dà grandi delusioni e condiziona molto il lavoro. Rimane comunque sempre la speranza che il doping possa esser definitivamente sconfitto…
L’entusiasmo del viaggiatore invece c’è sempre. Girare la Francia, anche dopo venticinque Tour, è sempre bello. C’è sempre un paesaggio, uno scorcio, un qualcosa di bello dietro l’angolo che vale il viaggio.

Nel suo libro “Giallo su giallo” parla della Grande Notte del Cassoulet, un gran ritrovo di giornalisti ed amici per mangiare un gran piatto della cucina tradizionale del sud-ovest francese. Anche se quella era un’occasione particolare, in ogni caso al Tour organizzate davvero delle “rimpatriate” simili?

Non come nel libro. Ma quando si può, ci si ritrova con piacere. Magari non in quindici persone, ma in sei o sette sì. Il momento della cena è un momento importante dopo una giornata lavorativa intensa quando a pranzo non si ha l’opportunità di mangiare bene. Tutto però dipende da dove si è collocati logisticamente. I giornalisti al seguito del Tour de France sono tantissimi e c’è grande dispersione dei diversi colleghi tra i vari paesini limitrofi ai luoghi di tappa.

Cosa si aspetta dal prossimo Tour de France? Riusciranno i nostri Basso e Nibali a fare un salto di qualità in più e vincere qualcosa di importante?

Sono curioso di vedere Nibali che ha fatto un’ottima stagione 2010 vincendo alla grande anche la Vuelta. Basso invece credo sia in fase calante. Onestamente devo dire che non ha fatto l’anno scorso un grande Tour de France.

Foto tratta dal sito http://www.letour.fr/
E il Grand Départ del Tour de France dalla Vendée cosa offrirà ai tifosi e a voi giornalisti dal punto di vista enogastronomico e paesaggistico?

Dal punto di vista paesaggistico non molto. La Vandea è un po’ piatta e, anche se non è lontana dalla Bretagna, è tutt’altra cosa rispetto a quest’ultima. La Vandea è piatta, la Bretagna è mossa. E’ una sorta di Bretagna di serie B.
Comunque c’è il Puy du Fou e Noirmoutier, un’isola piatta famosa per le patate, le mimose ed una frase del pittore Renoir che giudicava le sue acque ben più suggestive di quelle del Mediterraneo. Ciclisticamente quest’isola è famosa per il Gois, una stradina stretta che si apre nel mare, percorribile solo con la bassa marea. Il terreno, reso scivoloso dalle alghe, fa sempre cadere qualcuno.

Ho letto dei suoi bellissimi articoli sul Commissario Maigret di Simenon. La cucina semplice e tradizionale che amava Maigret riuscirà a sopravvivere o sarà soppiantata da sushi, sashimi e quant’altro?

La gente prima o poi si stuferà di sushi e sashimi. Sono soltanto una moda. Si tornerà alla tradizione dove l’Italia è molto più attrezzata della Francia dal punto di vista del numero dei piatti. Da questo punto di vista Italia batte Francia 5-0!

Lei cura una rubrica di enogastronomia sul Venerdì di Repubblica. Quali sono le ultime tendenze della cucina italiana?

Si sta andando verso una cauta innovazione e verso una cucina tradizionale alleggerita. In questo modo si può coniugare il buono della cucina tradizionale con le esigenze salutistiche, sempre più sentite oggigiorno.

Quali sono le principali differenze tra la cucina italiana e quella francese? Stanno andando nella stessa direzione?

La cucina francese è meno innovativa e più codificata, penso ad esempio al Pot au feu o al Tournedos Rossini. Ma c’è anche meno passato nella cucina francese a meno che non si vada a mangiare in certi piccoli paesini. La cucina francese, inoltre, è più “internazionale” di quella italiana. Ovunque si trova il foie gras (che non mangio più per ragioni "etiche"), la coquille Saint Jacques, l’astice o il filetto…

Cosa ne pensa del fenomeno del foodblogging?

Non posso dare giudizi perché di solito non leggo i blog e quei pochi di sport che leggo presentano commenti poco pertinenti e fuori dal mondo. Non mi dedico ai blog perché già scrivo su un giornale e non ho tempo di farlo anche su un blog. Certamente sono una grossa opportunità per i grafomani. Ammetto anche che quelli di enogastronomia possono avere una certa funzione di “passaparola” per l’acquisto di determinati prodotti.

Sta arrivando la “flamme rouge” della mia intervista….A quando il prossimo libro del genere “Giallo su giallo”?

Ci sarà un secondo giallo, ma non proprio immediatamente; sarà il seguito di “Giallo su giallo” con protagonista ancora una volta Magrite.

Si chiude così l’intervista con questo grande giornalista di cui ho ammirato la schiettezza e la gentilezza. Grazie ancora!