Il mare, il buon bere, il mangiare bene e...chi più ne ha, più ne metta

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13 maggio 2026

Taste of Roma 2026, l’evoluzione della ristorazione tra rigenerazione urbana e nuove forme di socialità

Si è chiusa domenica scorsa la decima edizione di Taste of Roma. Un traguardo importante, in un decennio nel quale tale manifestazione ha contribuito a rendere l’alta cucina più accessibile al pubblico e sempre più conviviale. In questa edizione il festival ha scritto un nuovo capitolo, scegliendo come scenario il Gazometro, luogo simbolico della Roma contemporanea, che per l’occasione si è trasformato in un villaggio del gusto, animato dalle cucine di chef affermati, protagonisti storici della manifestazione, e da una nuova generazione di insegne della ristorazione cittadina.

La scelta di questa location (nel quartiere Ostiense, definito dal Guardian come uno dei più “cool d’Europa” e in un’ex area industriale che rappresenta uno dei luoghi più rappresentativi della trasformazione urbana di Roma) rafforza l’identità contemporanea della manifestazione e ne amplia la capacità di coinvolgere pubblici diversi: dagli appassionati gourmand alle generazioni più giovani di foodies. Inoltre in questo modo Taste of Roma ha dimostrato la sua sensibilità ai temi della sostenibilità e della valorizzazione degli spazi cittadini, attraverso nuove esperienze culturali e conviviali.

L’edizione 2026 ha segnato un’evoluzione del format, con l’esperienza proposta al pubblico che è divenuta più ricca di suggestioni. Accanto ai percorsi di assaggio alla scoperta delle nuove proposte e idee di cucina presenti in città, il calendario ideato dagli organizzatori Mauro e Silvia Dorigo di Be.it Events ha proposto anche masterclass esclusive con gli chef, talk con ospiti speciali, degustazioni e momenti di approfondimento tematico sul mondo del food&beverage e sulle nuove tendenze di settore. Il tutto animato dal sound dei dj set targati RDS, media partner della manifestazione.

In linea con la volontà di coinvolgere un pubblico gourmand ampio, variegato e giovane si sono inserite anche nuove formule di biglietteria (Open, valido in una qualsiasi data, Happy Taste, pensato per l’after-work con ingresso in fascia oraria dedicata, e abbonamento 2 giorni). Tali soluzioni sono state introdotte non solo per rendere l’esperienza ancora più flessibile, ma soprattutto per attirare un pubblico più ampio e giovane, con modalità di accesso diverse a seconda delle abitudini di ciascuno.

La decima edizione di Taste of Roma” - commenta Mauro Dorigo - conferma il desiderio di dare continuità a un progetto molto amato dal pubblico, aprendolo allo stesso tempo a nuove visioni, nuovi linguaggi e nuove esperienze”.

Per noi questa edizione rappresenta insieme una festa e una ripartenza”, aggiunge Silvia Dorigo. “Abbiamo immaginato un’esperienza capace di emozionare e coinvolgere pubblici diversi, tra l’altro con un’illuminazione pensata per creare un’atmosfera suggestiva e accogliente”.

I protagonisti

Dal 6 all’8 maggio sono entrati in scena Heinz Beck, affermato chef de La Pergola, Angelo Troiani chef e patron de Il Convivio Troiani, Daniele Usai de Il Tino di Fiumicino. A loro si sono affiancati Giulio Zoli del ristorante Nomos Ante, recente apertura nel pieno centro di Roma, Andrea Cavallaro, chef di Sbracio, locale incentrato sulla cucina alla brace a carboni, Nicolò e Manuel Palescandolo Trecastelli di Trecca, osteria che ha fatto dell’autentica cucina romana il proprio cavallo di battaglia, e Davide Del Duca che da Osteria Fernanda valorizza l’artigianalità della cucina d’autore. E poi gli chef Roberto Bonifazi e Francesco Brandini di Tribuna Campitelli - Bottega 13, Danilo Mancini, che al ristorante Anavà propone una cucina fortemente identitaria e Natale Giunta, chef di Oro Bistrot, oltre a Leonardo Malgarini di Casa Malgarini. A portare alta la bandiera dell’artigianalità nell’alta cucina è stato anche Federico Salvucci, chef del ristorante Fase.

Dal 9 al 10 maggio, è stata la volta, oltre ad Heinz Beck, Andrea Cavallaro, Davide Del Duca e Nicolò e Manuel Palescandolo Trecastelli, anche di Andrea Pasqualucci chef del ristorante Moma, Heros De Agostinis, fresco di stella alla guida del ristorante Ineo, e Koji Nakai del ristorante Nakai. E ancora di Alessandro Pietropaoli chef di The Green Restaurant presso l’Hilton Roma Eur La Lama, Ciro Cucciniello che da Carter Oblio con la sua cucina tocca tutte le sfumature del fuoco e Giacomo Zezza alla guida di Bistrot 64. Spazio ai sapori d’oriente anche con Yamamoto Ejii di Sushisen mentre, a portare alta la bandiera delle donne in cucina, è stata Anastasia Paris con il suo nuovo progetto Futura - Laboratorio di cucina.

I miei assaggi nella giornata di domenica scorsa hanno riguardato i seguenti piatti, tutti molto interessanti e originali. Ho cominciato con degli ottimi, cremosi e avvolgenti tortelli allo stracchino stagionato con mandorle e limone nero del ristorante stellato Moma. Dello stesso ristorante ho molto apprezzato anche le animelle alla diavola con ketchup di prugne (quest’ultimo davvero piacevole e di perfetto contrasto nel piatto) e basilico.


Un paio di piatti anche dell’Osteria Fernanda hanno attirato la mia attenzione, in primis il plin di rosa canina spuma di parmigiano e olio allo sciso.


Quest’ultimo conferisce al piatto un profumo unico: si tratta di un olio a base di questa erba aromatica che è chiamata anche basilico giapponese e che presenta un mix di profumi che ricordano la menta, il basilico, la cannella e gli agrumi. Molto buono anche, sempre a cura di questo ristorante, il “secreto di maiale nero marchigiano, cavolo cappuccio, mela verde e senape” con sapori e consistenze ben bilanciati e armonizzati.

Buonissimo è stato anche il primo piatto proposto da Bistrot 64 e cioè degli ottimi pici con burro di Normandia, colatura di alici e ‘nduja. Un piatto anche abbastanza brodoso al punto da meritare l’uso di un cucchiaio per accogliere il suo delizioso sughetto in cui il rosso della ‘nduja appare solo dopo, giacendo nascosto sul fondo.

L’ultimo dei miei assaggi ha riguardato un altro primo piatto, quello offerto dal ristorante The Green dell’Hilton Eur la Lama e denominato “Tagliolino alla brace, zabaione di mare e crema all’aglio dolce”. Un piatto molto interessante in quanto il tagliolino, dopo essere stato cotto, viene brevemente affumicato sulla brace e condito con uno zabaione a base di ricci di mare e una crema all’aglio dolce: davvero una preparazione ben riuscita!

Ottime anche le bevande in abbinamento a questi piatti tra cui, da non sottovalutare, un fresco “peroncino” che ben si abbinava a molte preparazioni proposte.

Attorno al grande cilindro di ferro, elemento caratteristico e amato dello skyline della città, si è svolta quindi un’edizione di successo, che ha espresso nuove idee ristorative restando tuttavia fedele al suo obiettivo principale: far incontrare persone, storie e sapori in un contesto di scoperta e condivisione.

Per ulteriori informazioni: www.tasteofroma.it

8 aprile 2016

Un etnologo al bistrot

Foto tratta dal sito www.raffaellocortina.it
Non credo di avervi mai detto che sono un assiduo lettore dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore, un ottimo settimanale che parla di cultura in tutte le sue espressioni, dall’arte alla letteratura, dalla filosofia alla storia, dalla musica al cinema.
Ebbene, grazie a questo interessante supplemento e ad un suo bell'articolo ho scoperto un delizioso libro ("Un etnologo al bistrot") che consiglio a tutti coloro i quali, come me, amano la Francia e quegli affascinanti locali e “istituzioni” che rispondono al nome di bistrot.
Un libretto molto gradevole che si legge piacevolissimamente e scorrevolmente che riguarda appunto proprio questi luoghi, analizzati e sviscerati dall’autore (l’etnologo Marc Augé) sotto i più vari profili e punti di vista.
Il bistrot è un simbolo della Francia e, sia pur esportato in tutto il mondo, rimane sempre un emblema che la identifica, rappresentando un baluardo anche della città dove più sono presenti non solo fisicamente, e cioè Parigi.
Il bistrot è un luogo delle relazioni “di superficie”, dove non conta ciò di cui si parla (a volte si scambiano parole per non dire nulla), ma piuttosto i gesti che si compiono e le interazioni con le persone. Anche se bisogna ammettere che il bistrot non è soltanto un luogo di relazioni sociali, ma pure il posto dove ognuno ritrova sè stesso (al bistrot vi sono più persone sole che coppie) senza interagire con gli altri. O al massimo con un fidato cameriere che ben conosce i comportamenti dei clienti, anticipandoli, ed il modo di trattare gli habitués di questi locali.
Il bistrot è quindi un posto dove si vuole essere accolti ma al contempo anche ignorati, in quanto i rapporti con chi li frequenta sono assolutamente facoltativi.
Esso è un teatro della vita, in cui si è al tempo stesso attori e spettatori e dove si può stare per ore ad osservare tutto quello che accade nei tavoli vicini o in strada, analizzando storie carpite segretamente o solo intuite. Davanti ai suoi banconi di zinco (il centro di gravità di questi locali, secondo l’autore), alle sue sedie in legno, ai suoi arredi, ai suoi specchi, “vengono offerti frammenti di storie vissute in tempo reale delle quali chiunque può immaginare a suo piacimento quello che è successo prima e quello che succederà dopo”. Lo spazio del bistrot, in questo senso, può dirsi romanzesco.
Il bistrot rappresenta anche un altro tipo di spazio, quello cosiddetto intermedio: la mattina quando ci si reca al bistrot non si è più casa, ma nemmeno ancora altrove; al ritorno non si è ancora a casa, ma nemmeno più altrove. E’ una sorta, quindi, di prolungamento dello spazio domestico o un’anticipazione del ritorno a casa.
Parlando di bistrot nel libro non si può non citare il Commissario Maigret di Simenon che proprio dentro a questi locali, nel mentre beveva un calice di bianco, un liquore o una birra o assaporava l’ottima cucina locale che questi posti esprimono, è sempre riuscito a trarre decisivi spunti sui casi da risolvere, osservando da vicino o più da lontano i comportamenti di personaggi chiave delle sue inchieste, siano essi protagonisti o testimoni. E a noi tutti, amanti e lettori di Maigret, piace immergerci nelle atmosfere in cui agiva il Commissario e dove il bistrot aveva sempre un ruolo cardine, insieme a bettole di passaggio o alberghetti di provincia.
Oggi i bistrot stanno assumendo una naturale evoluzione, virando a volte su ”locali dependance” di quelli dei grandi chef, meno costosi e con un numero inferiore di piatti offerti ma sempre di qualità e innovativi (si parla a tal proposito della cosiddetta “bistronomie” che oggi tanto va di moda in Francia).
A me piace però pensare (e sperare) che i bistrot non si snatureranno troppo e che si possa continuare a mangiare presso di essi soltanto l’autentica cucina francese del territorio. Molti bistrot hanno un’origine regionale e sin dalle loro insegne, per dirla con Augé, “vi è una promessa di ghiotta autenticità, dove il sapore di un vino è associato al profumo di qualche specialità cucinata con tutti i crismi”.
Ed io, come l’autore del libro, non voglio e non vorrò mai rinunciare a una testina di vitello in salsa gribiche, a una fricassea di vitello o ad una splendida salsiccia aux deux pommes preparata classicamente e come Dio comanda.

3 aprile 2016

Il succulento Royal Wedding beef pie


Il piatto che vi propongo oggi è stato dedicato dal mitico chef Jamie Oliver alle nozze dei reali d’Inghilterra William e Kate, avvenute ormai alcuni anni fa.
E’ una ricetta che da tempo volevo provare e che ho visto per la prima volta in TV più di un anno fa, in occasione del ciclo di puntate “Jamie's Great Britain” diffuse dal Gambero Rosso Channel.
Ho trovato poi in rete la ricetta ed il video che per comodità vi linko qui e qui.
Si tratta di uno dei tanti succulenti “pie” che frequentemente si possono mangiare in terra inglese e che a me piacciono molto. In questo caso il piatto che vi presento è una sorta di stufato di carne ed orzo perlato rivestito di pasta sfoglia e accompagnato da verdure di stagione, che anche cromaticamente fanno da contrasto alla pietanza principale.
E’ una ricetta abbastanza lunga e laboriosa (preparata quando avevo più tempo e cioè durante le feste pasquali), ma con alcuni accorgimenti si possono accorciare i tempi di cottura e di realizzazione. Inoltre ho apportato alcune personalizzazioni sia perché mi piacevano di più sia perché non sempre ho trovato tutti gli ingredienti giusti.
Per il blog ho preparato una monoporzione quasi “finger”, mentre la restante quantità l'ho cucinata in un normale tegame da forno, mangiandola con la famiglia.


Ecco allora gli ingredienti, per 3-4 persone:

Per il ripieno:

2-3 cucchiai d’olio extravergine di oliva
1 noce di burro
qualche ciuffetto di rosmarino, foglia di alloro e del timo
1,5 cipolle rosse di medio calibro
circa mezzo kg di spezzatino di manzo che taglierete a cubetti di 2,5cm (nella ricetta originale si usa la carne dello stinco di manzo ed il suo osso, ma io non li ho utilizzati)
sale, pepe
1 cucchiaio di passata di pomodoro
200 ml di birra tipo stout (una “smooth stout”, per la precisione)
1 cucchiaio di farina
750 ml di brodo di carne
70 gr. di orzo perlato (io ne ho usato uno che cuoce in circa un quarto d’ora)
un paio di cucchiaini di mostarda
un paio di cucchiaini di Worcestershire sauce
50 gr. di Cheddar cheese

Per la pasta:

pasta sfoglia
1 uovo

Procedimento:

In una casseruola o meglio in una pentola a pressione (io ho usato la mia fidata Cataplana) versare l’olio extravergine e il burro. Aggiungere tutte le erbe aromatiche e far insaporire brevemente. Inserire le cipolle tagliate grossolanamente e farle appassire per circa dieci minuti. Aggiungere poi i cubetti di carne e far rosolare per bene. Salare e pepare. Unire quindi il brodo di carne, la birra stout, la passata di pomodoro e il cucchiaio di farina. Coprire con un coperchio e far cuocere a fuoco lentissimo per un’ora.
A questo punto è il momento di buttar giù l’orzo perlato che cuocerà in circa 15-20 minuti a tegame coperto (nel caso di orzo con cotture più lunghe, far cuocere fino a che non è pronto).
Scoperchiare e aggiungere poi la mostarda, la Worchester sauce e il cheddar grattugiato, mescolare bene e cuocere ancora per fare amalgamare questi ultimi ingredienti e comunque fino a quando la carne sarà morbida.
In una pirofila versare il composto di carne ed orzo e spennellare i bordi della stessa pirofila con un uovo sbattuto. Adagiarci sopra, a coprire l’intera superficie, la pasta sfoglia che deve essere spessa (circa 1 cm di altezza, la mia lo era un po' meno). Spennellare di uova anche la superficie della pasta sfoglia. Infornare infine a 180°C, finché la pasta esterna non sarà ben dorata.
Servire il pie tagliando parte della crosta, abbinandola con alcune cucchiaiate del suo ripieno e con un contorno di carote e piselli al burro, ad esempio.


Un goloso e sontuoso piatto che vale davvero la pena di essere preparato. Provare per credere. Ed insieme non potete che berci una fresca birra stout.
Bon appétit!

3 maggio 2015

Viaggio nel mondo della cipolla ramata


Vi ho raccontato nello scorso post le mie sensazioni ed emozioni riguardanti il mio piacevole weekend in Irpinia, dove sono stato recentemente.
Vi avevo anche promesso di parlarvi più approfonditamente di un’azienda la cui visita ha rappresentato per me davvero una bella esperienza ed una delle cose che ricordo con più piacere di questo blog-tour.
Detto fatto, ed eccomi a illustrarvi i “tesori” dell’azienda agricola Gaia, situata a Montoro in provincia di Avellino e specializzata in modo particolare nella produzione di una cipolla dalle caratteristiche davvero peculiari, definita cipolla ramata. E per me che sono un amante di tutti i tipi di cipolle e di tutti i piatti a base di cipolla visitare un’azienda di questo tipo non poteva che essere istruttivo e interessante.
La cipolla ramata, dicevo. Tale cipolla è chiamata in questo modo perché la parte esterna che la ricopre presenta dei riflessi ramati. A differenza delle normali cipolle, inoltre, non è forte ma delicata, dolce, profumata e dall’aroma intenso. Si presta inoltre ad essere utilizzata in preparazioni caratterizzate da lunghe cotture, essendo dotata di una fibra tenace e particolarmente resistente.


La Cipolla Ramata di Montoro viene commercializzata con un marchio collettivo geografico, la cui funzione è quella di assicurare la provenienza del prodotto da un territorio ben preciso ed è quindi uno strumento di valorizzazione per il produttore e di garanzia per il consumatore. A tutela di quest’ultimo, infatti, il marchio garantisce ed implica il rispetto di un disciplinare di produzione e rigorosi controlli.
Ma la produzione agricola dell’azienda non si limita solo alle cipolle e si estende anche ad altri prodotti, tra cui delle buonissime insalate bio, che vengono vendute come prodotti di IV gamma sul mercato tedesco, presso l’esigente catena REWE. Il prodotto viene commercializzato ancora da lavare - spiega Antonio Barbato, proprietario e responsabile commerciale dell’azienda - in modo da garantire una shelf-life più ampia, a differenza del prodotto già lavato.
Il fatto che l’azienda produca prodotti bio denota sensibilità e rispetto per l’ambiente. Non è un caso quindi che tutti i mobili, le sedie e gli espositori presenti all’interno dell’azienda siano realizzati con materiale riciclato, grazie ad imballaggi in cartone ondulato proveniente al 100% dalla raccolta differenziata dei comuni campani. E, anche per questi motivi, l’azienda ha ricevuto nel 2014 l’Irpinia Innovation Award come impresa innovativa.
Una delle cose più interessanti di Gaia è la sua predisposizione ed orientamento verso un nuovo concetto di agricoltura, che prevede una serie di attività collaterali alla mera attività produttiva. Con l'inaugurazione di Gaia Farm e Showroom, l’Agricola Gaia ha voluto creare un ambiente all'interno dell'azienda aperto tutti i giorni per offrire i prodotti di qualità sia suoi, sia dei suoi fornitori qualificati: prodotti tipici irpini e più in generale campani come pomodori, pasta, conserve, ovviamente anche a base di cipolle, confetture, vini, formaggi, salumi, ma anche prodotti per la cura del corpo ricavati da prodotti dell'agricoltura…


Gaia, inoltre, dedica ampio spazio alla ristorazione di qualità, proponendo e offrendo dalla sua cucina (a vista) piatti tradizionali o più innovativi, a base dei suoi prodotti (cipolla in primis) e di altre materie prime locali a Km zero.


Altre proposte interessanti sono la cucina didattica, i menù che vanno incontro alle esigenze e alle mode dei giovani e l’organizzazione di specifici eventi.
Nell’ottimo pranzo che ho avuto il piacere di degustare durante la mia visita, abbiamo consumato un intero pasto con piatti a base di cipolle, tutti buonissimi e ben abbinati anche ad un ottima birra locale, la Serro Croce.


Qualche esempio: anelli di cipolla in pastella (croccantissimi e leggerissimi!), la parmigiana di cipolle e… sua maestà la genovese.

Onion rings in frittura....

.... e....dopo la frittura
Sono un cultore della genovese e devo dire che qui ho mangiato una delle migliori genovesi di sempre. Anche in questo caso la ricetta adottata è quella tradizionale che richiede una lunghissima cottura, ma il risultato finale con le cipolle di Montoro è favoloso, vi assicuro. Il tutto impreziosito dagli ottimi ziti del locale Pastificio Vicidomini. 


Al di là di quello che mi è stato offerto, sbirciando sul sito dell’azienda o nei tweet di Antonio Barbato si scorgono sempre, nel menù che propone questo ristorante, piatti davvero sfiziosi, oltretutto a prezzi davvero contenuti.

Le preparazioni a base di cipolle sono anche dolci: crostata con composta di cipolle/1
Il Pan Ramato con cipolle candite/2

Vengono infatti offerte tante altre prelibatezze, come le pizze montanare con cipolle di Montoro e la zuppa di cipolle con caciocavallo irpino (una sorta di soupe à l’oignon gratinée alla francese ma più densa e con ingredienti locali).
Vi consiglio anche di consultare la sezione ricette del sito, dove troverete tante altre golosissime e interessanti preparazioni, anche a cura di grandi chef campani come Gennaro Esposito, Paolo Barrale o Antonio Pisaniello.
Durante il pranzo presso l’azienda Gaia, ho avuto il privilegio di aver di fronte la moglie del proprietario, potendo così raccogliere molte idee interessanti per ricette che preparerò utilizzando la cipolla di Montoro.
Ma per ora non posso svelarvi nulla. Posso solo dire che troverete prossimamente sul mio blog tante sorprese a tal proposito…
Intanto, tornando a Roma dopo il mio bel tour in terra di Irpinia, ho impiegato le tante cipolle che ho portato a casa per provare a replicare due ricette già assaggiate a Montoro: la parmigiana di cipolle e gli ziti alla genovese, e l’esame è più che riuscito.



Ho infine notato con piacere che anche altri colleghi foodblogger, pur non amanti delle cipolle in generale, sono poi rientrati a Roma con un carico indicibile di cipolle di Montoro e con il serio problema di come trasportarle a casa, anche tramite i mezzi pubblici. Sarà un caso? Penso proprio di no… ;)

1 aprile 2015

Mama Frites, street-food partenopeo in versione gluten-free


La scorsa settimana ha aperto a Roma nel quartiere di Trastevere un nuova friggitoria in cui la tradizione napoletana dello street-food incontra il mondo gluten-free. Oltre quindi al punto vendita aperto qualche mese fa a Borgo Pio, questo originale ed unico genere di locale ora “raddoppia” a Trastevere.
Mama frites è il nome del brand ideato dai fratelli Navarro, dove il gusto e la salvaguardia della salute vanno di pari passo, anche grazie alla genuinità delle materie prime e alla costante ricerca della qualità. 


Siamo entusiasti all’idea di aprire un locale street food che sappia offrire tutte le specialità della cucina napoletana anche a chi è costretto a mangiare senza glutine come me” ha dichiarato Marcella Navarro, ideatrice del progetto.
L’offerta prevede tanti fritti e prelibatezze per spuntini veloci e sfiziosi, preparati utilizzando rigorosamente materie prime prive di glutine e lattosio (farina di riso e di mais per le panature) e senza alcun rischio di contaminazione.


In particolare sono proposti ottimi “cuoppi” (di terra, di mare), patatine, calzoncini ripieni, i buonissimi arancini “a metro” con pistacchio o ragù, scugnizzelli e bombette dolci fritte che sono una vera delizia. I fritti salati sono inoltre accompagnati da 14 salse, anche queste gluten-free.


Per gli amanti di birra e vino, nel menù sono poi previste birre artigianali senza glutine e una selezione di vini campani e nazionali.


Ultima cosa interessante da segnalare è che tra le gustose proposte di Mama Frites trova spazio anche una categoria di panini, preparati con la pasta della pizza, ripieni di golose farciture e cucinati sulla piastra. Ebbene, la novità è che saranno i clienti a scegliere il nome di questi panini, partecipando ad un contest già in atto, che si concluderà il 18 aprile. Proponendo un nome sulla pagina Facebook di Mama Frites e utilizzando l'hashtag #unpaninoalcinque, si può vincere una cena con panino, cuoppo e bevanda a scelta.

Per ulteriori info: Raffaella Ghislandi - cell. 336 2574190 - e-mail: raffaella@bee-connection.com

17 febbraio 2015

Una serata 100% Lazio


Lo scorso venerdì si è tenuta presso la Boulangerie MP di Matteo Piras una interessante serata dedicata alle eccellenze gastronomiche del Lazio, abbinate agli ottimi prodotti di panetteria del locale e alla nuova birra artigianale di Birradamare.
Il birrificio di Fiumicino, in particolare, ha presentato la piacevole birra Bifuel, una birra "sui generis" che nasce dall'incontro fra il mosto di birra e quello di uva Vermentino dell'Azienda Agricola Torre in Pietra, situata lungo la costa laziale.
 

Un prodotto quindi ancor di più a km zero, espressione del territorio laziale, meno amaro rispetto alle normali birre, dal profumo fruttato e ideale per antipasti e aperitivi estivi. Una birra che, per le caratteristiche di alcuni dei suoi ingredienti, deve essere necessariamente prodotta in corrispondenza della vendemmia.
Durante la serata, questa birra si è abbinata molto bene con altri prodotti di pregio che nascono nel territorio laziale, tra cui in primis le squisite coppiette (sottili strisce di carne magra di suino in salamoia con aromi, essiccate naturalmente) e l’eccezionale porchetta di Ariccia realizzata secondo tradizione dalla famiglia Argentati. Una porchetta ottima nella sua parte più buona, la crosta, croccante e succulenta, ma anche nella sua parte interna, ben morbida e gustosa (e sapete bene che non sempre ciò accade altrove, con la parte interna a volte troppo “asciutta”).
 

Un altro ottimo prodotto degustato è stata la buonissima mozzarella e gli altri prodotti di bufala del caseificio La Perla del Lazio di Carpineto Romano, realizzati utilizzando esclusivamente il latte delle bufale allevate nell'area incontaminata dei Monti Lepini.
 

Ad accompagnare degnamente i prodotti delle aziende coinvolte sono state anche le specialità salate di Matteo Piras, giovane panificatore, laurea in Scienze Naturali, che, dopo una lunga esperienza in Francia, è tornato a Roma da alcuni anni per dedicarsi all'arte bianca. Ottima in particolare la soffice e digeribile pizza bianca e ai gusti, ma nella boulangerie di Piras vi è molto di più: filoni, baguettes, focacce, biscotti, croissants e pain au chocolat, anche vegani.
 

La serata, denominata Birra&Co 100% Lazio, è stata quindi un’ottima occasione per conoscere alcune delle più interessanti realtà gastronomiche del Lazio, ben integrate e messe insieme da chi ha ottimamente organizzato l’evento.
 

Aziende che, siano esse familiari dalla lunga tradizione o più giovani e innovative, hanno come minimo comun denominatore la grande passione per il loro lavoro e la ricerca della massima eccellenza dei prodotti offerti.

7 ottobre 2014

Bibere, il bistrot “sotto al ponte”


Una settimana fa a Roma è stato inaugurato il nuovo spazio del bel locale Bibere Bistrot. Situato in zona Ostiense sotto il ponte dell’Industria, più noto come “ponte di ferro”, questo locale ha presentato anche il nuovo menù di stagione, con tanti piatti davvero interessanti, ricchi di spunti ed abbinamenti intriganti.
Il bistrot, appartenente ai fratelli Alessio e Fabio Mattaccini, mantiene la struttura ad arcate originale, lasciando così immutato il fascino dell’antico edificio. Esso si struttura in due sale, la prima con 20 posti ed un lungo bancone, dove il bar-tender Valerio D’Arcangeli propone drink innovativi e cocktail classici, tra cui l’ottimo e profumato Chatham Artillery Punch che utilizza l’antica tecnica di miscelazione detta “throwing”.
 

Vi è poi la sala ristorante, da 24 posti, che ha interni essenziali curati nei dettagli, due ampie vetrate ad arco per un ambiente raccolto e mai troppo formale. C’è poi anche la possibilità di mangiare nello spazio esterno, nel tranquillo piazzale della via dove non passano macchine.
Oltre ai cocktail, naturalmente qui si degustano anche vini e birre. Ampia e ricercata è la selezione dei vini tra cui anche quelli naturali, e vasta è la scelta di distillati e di birre alla spina, di cui molte artigianali. Il tutto accompagnato da patatine fritte fatte in casa e altri stuzzichini, tutti rigorosamente home-made.
Ma veniamo ai piatti assaggiati durante la serata, preparati dal giovane chef Andrea Massari, che vanta illustri collaborazioni con gli chef Anthony Genovese, Angelo Troiani e Mauro Uliassi.


Abbiamo iniziato con uno sfizio di benvenuto composto da ostriche in tempura con gelato al peperone (deliziose) e con due ottimi antipasti, a mio avviso: una stupenda ricciola battuta al coltello con gelato ai ricci di mare e gel di pomodoro e un diplomatico di patè di fegato con marmellata di fichi.



Tra i primi degustati, ottime le mezzemaniche con ventresca di tonno, olive e mentuccia e, in coerenza con criteri di stagionalità, ci è stata proposta una carbonara appunto “di stagione” che prevedeva l’aggiunta di funghi porcini, una materia prima disponibile in questo periodo.
 

Particolare e gradevole è stato poi l’agnello arrosto con purea di patate alla liquirizia e cicoria ripassata, mentre tra i dolci molto sfiziosa era la mousse al cioccolato con noccioline salate e frutta disidratata.

 
Ma lo chef Massari, che non finisce mai di sorprendere con le sue riuscite innovazioni, ci ha stupito ancora una volta con un piatto buonissimo con cui abbiamo finito il pasto. Non un dessert come pensereste, ma un … pollo cotto più volte a bassissima temperatura. Che era di un morbido (anche nelle sue parti abitualmente più asciutte) indescrivibile… Un modo un po’ atipico per concludere una cena ma, vi posso assicurare, molto gradito da tutti gli invitati…
 

Nel fare ancora i complimenti allo chef per la bella cena e agli organizzatori per la splendida serata, ricordo che in questo locale oltre al menu alla carta c’è un menù degustazione di 4 portate a 28 euro e uno di 6 a 39 euro per provare come me questa consigliatissima food experience.

Bibere Bistrot è aperto dal martedì alla domenica dalle 19.00 all’1.00. Per info: info@biberebistrot.it - FB  https://www.facebook.com/BibereBistrot

17 settembre 2014

Fries, non le solite frites

 
Vi ricordate che qualche mese fa vi avevo parlato di Fries ad Ostia? Beh, ora questa “Patatineria” di qualità ha aperto un nuovo punto vendita a Roma, in zona San Pietro per la precisione. E la scorsa settimana c’è stata l’inaugurazione, in occasione della quale ho appreso con piacere che abbiamo a che fare con il primo locale a Roma e nel Lazio che utilizza solo prodotti freschi e made in Italy.
“Fries” prende spunto da un format nord europeo, dove da tempo esistono locali, anche di tipo ambulante, in cui si friggono di continuo patate fresche.
 

Ma a questo format i giovani imprenditori che hanno ideato questo progetto hanno associato anche una provenienza delle materie prime ben precisa, con un approvvigionamento da tipiche zone vocate.
Raffaella Ghislandi, titolare dell’agenzia di consulenza per la ristorazione Aprolocale, il fratello Francesco Ghislandi proprietario del ristorante Pomodori Verdi Fritti a Casalpalocco, l’imprenditore Giovannino Glorio e Domenico Sciarria proprietario della ditta Sciarria da dove provengono le patate, hanno quindi unito le loro capacità e la loro competenza per creare questo interessante locale.
Fries utilizza patate coltivate seguendo i dettami della “lotta integrata” (un’agricoltura che limita fortemente l’utilizzo della chimica), le taglia a mano e le frigge in olio di arachidi.


Una cosa interessante e sfiziosa di Fries è rappresentata anche dalle innumerevoli e gustose salse con cui accompagnare le patatine: ben 30 tipi, tra cui le intramontabili americane, la gustosa selezione belga, 8 gluten free e alcune vegane, elaborate dalla giornalista sportiva e cuoca vegana Alessandra Rotili.


In occasione dell’apertura, Arcangelo Dandini, il noto chef del ristorante l’Arcangelo, ha preparato una gustosa salsa di accompagnamento, una cacio e pepe fatta con ingredienti di qualità. E Dandini rappresenta solo il primo di una serie di noti testimonial di tutte le regioni d’Italia, che si alterneranno per dare il proprio contributo alla creazione di salse speciali da abbinare alle patatine.
Un abbinamento che non può non avvenire anche con della buona birra, in particolare la “Miranda”, chiara, e la “Lady Rosetta”, rossa, (i nomi derivano da alcune varietà di patate italiane) che sono state realizzate in esclusiva dal Birrificio Aurelio.
Il mio consiglio è di gustare un bel cartoccio di queste croccanti patatine sul posto (magari insieme alla salsa che più mi è piaciuta, la cheddar affumicata) anche perché, se girate le spalle al locale, vedrete spuntare imponente la più famosa cupola di Roma, il “Cup(p)olone” di San Pietro…


Fries, che trovate al numero 19 di via di Porta Cavalleggeri, è aperto tutti i giorni dalle ore 11:00 alle 23:00.

Ufficio Stampa:
Stefania Faustinella 339.2684658 - stefaniafaustinella@gmail.com;
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