Il mare, il buon bere, il mangiare bene e...chi più ne ha, più ne metta

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3 maggio 2026

Il pane del “fornaretto di Frascati”

Andando al supermercato vicino casa alcuni giorni fa, ho scoperto che veniva venduto anche il pane di Amadei, un glorioso forno di Frascati il cui nome è legato indissolubilmente all’ex centravanti della Roma Amedeo Amadei.

Per chi non lo conoscesse, vale la pena di fare un cenno alla storia di questo forno che proprio quest’anno ha raggiunto il prestigioso traguardo dei 150 anni di attività.

Nel lontano 1876 nasce, con la gestione di Agostino Amadei e poi del figlio Romeo, un forno a legna di quelli di un tempo, che si affermò con successo fino ad arrivare ai giorni nostri, portando avanti i dettami della tradizione familiare. Successivamente il forno viene gestito dalle figlie di Romeo, Adriana e Antonietta, e dal loro fratello Amedeo che era anche addetto, con la sua bicicletta, alle consegne del pane.

Ma proprio con questa stessa bicicletta, di nascosto dei suoi genitori, Amedeo si reca a Roma per un provino (che poi andò bene) con la squadra calcistica della Roma.

Fu l’inizio di una prestigiosa carriera sportiva, in quanto Amedeo diventò successivamente un famoso calciatore professionista della Roma, dell’Inter, del Napoli e della Nazionale italiana negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale.

Amedeo Amadei era molto legato alla Roma e quando cambiò squadra volle far inserire una clausola nel suo contratto che gli permettesse di non giocare contro la sua ex squadra anche in partite decisive.

Amedeo, per molto tempo il più giovane giocatore esordiente in serie A, fu il centravanti del primo scudetto della Roma (quello del 1942) e ribattezzato “il fornaretto di Frascati”; contribuì con i suoi successi a far crescere la notorietà del panificio, che resta ancora oggi legato alla sua fama.

Alla fine del 2013, all'età di 92 anni, Amedeo Amadei è poi scomparso, rimanendo uno dei più importanti giocatori della storia della AS Roma e rientrando anche nella sua prestigiosa “Hall of Fame”.

Oggi l’attività del forno Amadei è gestita da Giampiero, figlio di Amedeo e titolare dell’azienda.

Dal 1980 l’attività, ormai a carattere semi-industriale, aggiunge alla tradizione del pane anche quella dei prodotti da forno e dolciari e si sviluppa in un’ottica di miglioramento continuo, proponendo anche prodotti e lavorazioni innovative e utilizzando anche farine speciali. L’obiettivo è quindi di mantenere una qualità artigianale di buon livello, pur lavorando con volumi sempre maggiori per consentire di rifornire, tra gli altri, ristoranti, alberghi e supermercati.

In effetti all’assaggio il pane di Amadei che ho acquistato al mio supermercato di fiducia è risultato piacevole, ben cotto, con una crosta croccante e fragrante e una mollica di un bel colore chiaro, soffice e morbida. Un pane, inoltre, che ben si conserva per giorni, rimanendo fresco e non indurendosi velocemente.

W il fornaretto di Frascati ed il suo pane!

8 agosto 2024

I locali storici di Recco e dintorni


Nel mio recente viaggio stampa a Recco ho avuto modo ancora una volta di poter apprezzare alcuni locali storici di questa simpatica cittadina del Golfo Paradiso e dei suoi dintorni.

Alcuni di essi, ben tre, tutti situati a Recco, sono addirittura nati nel corso dell’800!

Uno di questi è Manuelina, cui comunque ho già fatto cenno altre volte (qui e qui ad esempio) su questi schermi. Manuelina nasce nel lontano 1885 quando era una semplice osteria nell’entroterra (si trova infatti a 800 metri dal mare, 15 minuti a piedi dalla stazione ferroviaria e a 300 mt dallo svincolo autostradale, ndr), dove si giocava alla morra e si poteva bere un bicchiere di vino. I primi clienti furono dei comandanti di navi, abitanti nelle vicinanze, che ne diffusero il nome. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 la scoprirono gli industriali tra cui Ansaldo e Costa, in vacanza in queste zone. Inoltre negli anni ‘60-70 i suoi concorsi gastronomici recchesi fecero conoscere trofie e focaccia al formaggio, che attirarono diversi attori di prosa in tournée a Genova.

Oggi Manuelina è una cittadella del gusto guidata dalla quarta generazione della stessa fondatrice Manuelina.

Ho potuto molto apprezzare questa struttura anche alloggiando nel suo gourmet hotel, in cui ciascuna camera è dedicata ad un prodotto tipico ligure, con tanto di omaggio dello stesso prodotto (quest’anno ero nella stanza intitolata al buonissimo vino Rossese: ve ne parlerò presto!).

In questo confortevole hotel a 4 stelle è da non perdere anche la prima colazione, dove nella sala del Buon Ricordo, in cui sono affissi tantissimi piatti dipinti artigianalmente a ricordare i ristoranti aderenti alla relativa associazione, si possono gustare tanti sapori tipici regionali, a cominciare dalla focaccia genovese, continuando con il Pandolce, lo yogurt della Val di Vara ed il miele della Tenuta Esedra di Santo Stefano. Buonissime anche le creme di nocciole liguri, da gustare anche a semplici “cucchiainate”.


L’hotel dispone anche di una piccola ma bellissima piscina all’aperto, dove trascorrere momenti rilassanti immersi nel verde di un piacevole giardino.

Naturalmente, come ho sottolineato altre volte, da Manuelina si può cenare o pranzare scegliendo l’esperienza che più si vuole vivere: al ristorante gourmet, più elegante, si gode di un servizio accurato e di un menù in cui, oltre alla Focaccia di Recco col Formaggio Igp, si possono gustare piatti particolari e della tradizione rivisti in chiave contemporanea. Alla Focacceria Bistrot, invece, si può apprezzare la Focaccia col formaggio in tutte le sue varianti, insieme ad alcuni primi, secondi e antipasti più semplici e sfiziosi.

Insomma, Manuelina è un parco giochi del gusto assolutamente da non perdere!

Altro locale storico recchese è Ö Vittorio, che risale al 1860 e mantiene intatte al suo interno l’antica palazzina rosa e la saletta che in origine era l’ingresso della trattoria.

Da oltre un secolo, quindi, la famiglia del fondatore Vittorio Bisso accoglie i clienti con l’ospitalità tipica di un tempo. Il locale nacque come osteria di campagna e già all’inizio del secolo scorso era consuetudine ritrovarsi da Vittorio per giocare a bocce e godere del pergolato fresco. Ad accogliere gli avventori c’era la Marinin, moglie di Vittorio, che preparava piatti dal sapore inimitabile. Da allora quattro generazioni, compresa quella del figlio di Vittorio, Luigi, si sono succedute nel proporre sapori autentici e le specialità tradizionali della cucina ligure. Ora sono i gemelli Vittorio e Gianni (figli di Luigi) insieme ad altri parenti a gestire il locale che punta anche sulla riscoperta di piatti dimenticati.

Sono tante, all’interno del locale, le foto di personaggi illustri che lo hanno frequentato, tra cui Einaudi, Bartali e Coppi, Tognazzi e Vianello, Gassman, Manfredi, Tenco, Fossati.

Naturalmente anche qui si può gustare un’ottima focaccia al formaggio Igp e si possono apprezzare nei menù attuali piatti di grande qualità, spesso a base di pesce freschissimo, nonché primizie di stagione.

Un altro locale ultracentenario merita una menzione a Recco. In questo caso si tratta di una panetteria, che però è un punto di riferimento per la tradizione gastronomica del paese. Il suo nome è Moltedo e la sua nascita risale precisamente al 1874.

Questo forno, poi ritenuto come uno dei più buoni della Liguria, nacque nel momento in cui Lorenzo Moltedo rilevò il locale da una sua anziana zia. Da allora, questa famiglia ha continuato a seguire le ricette della tradizione, ponendo l’accento sui sapori di una volta.

Le ricette sono sempre le stesse, così come gli ingredienti e il metodo di preparazione. L'unica piccola innovazione riguarda le farine, tutte biologiche e di diverso tipo (oltre alle classiche di grano duro e tenero, sono utilizzate le integrali, di farro, di grano saraceno, ecc.).

Tutti gli ingredienti del forno provengono da piccoli produttori locali, in quanto la filosofia del locale si ispira molto al legame fra cibo e territorio.

Fra le specialità della casa, una menzione d'onore va alla focaccia col formaggio Igp, che non a caso è anche il prodotto più richiesto, seguito poi dalla focaccia semplice e da quella con le cipolle, molto gettonata anche tra i turisti (ed ultimamente ne ho assaggiata una ottima anche con le acciughe!).

Usciamo leggermente dai confini di Recco e approdiamo nel limitrofo e affascinante borgo marinaro di Camogli.

Qui è inevitabile trovare sul lungomare un locale che è un’istituzione, Revello

Nel luogo dove attualmente si trova, ad inizio ‘900 esisteva un forno storico detto “da O Pallarin” con entrata sul retro, visto che la passeggiata a mare ancora non esisteva e frontalmente c’era solo spiaggia. Da Pallarin, tra l’altro, si veniva a prendere la farinata col proprio piatto di casa. Successivamente si susseguirono altre gestioni, il panificio aprì il suo ingresso fronte mare e non cessò mai la sua attività, rimanendo un punto di riferimento per i golosi del luogo. Nel 1962 entra in scena Giacomo Revello, il primo della famiglia a comparire in questa attività, che iniziò a lavorarvi come dipendente per poi rilevarla interamente nel 1964. Pian piano l’identità di questo locale si trasformò, passando da semplice panificio a bottega di specialità liguri dolci e salate.

Successivamente furono apportati cambiamenti anche nella pasticceria, con la vendita di soli prodotti freschi di produzione propria. Ma la data cruciale per Revello è il 1970, quando Giacomo inventò i veri Camogliesi al rhum, un dolcetto cioccolatoso che oggi è rinomato, conosciuto ed apprezzato anche fuori dai confini regionali e spesso imitato.


Oggi la Focacceria Pasticceria Revello è citata e conosciuta anche come il negozio dei “cinque scalini” ed è meta frequentatissima dai turisti e non solo.

E vi assicuro che ne vale assolutamente la pena, a cominciare evidentemente dall’assaggio della loro buonissima Focaccia col formaggio Igp, ma proseguendo con mille altre specialità dolci (tra cui tutte le varianti dei camogliesi) e salate.

Che belli questi locali storici che sfidano il tempo, continuando a proporre squisitezze della tradizione, con un savoir-faire difficilmente riproducibile!

E noi gourmet, che alla vista di questi luoghi ci emozioniamo, non possiamo proprio fare a meno di visitarli e “gustarli”… 


Invitato da Consorzio Focaccia di Recco Igp

20 novembre 2022

Un viaggio nel fantastico mondo della Focaccia di Recco


La scorsa settimana sono stato invitato a Recco ad un evento denominato "Fattore Comune", giunto alla quinta edizione, dedicato alle eccellenze agroalimentari tutelate dalla UE che portano nella propria denominazione protetta il nome del luogo d’origine.
Nell’ambito dell’evento è stato possibile creare un dialogo tra produttori e istituzioni per esaminare i vari aspetti delle tutele, presentare i percorsi intrapresi e gli obiettivi raggiunti e analizzare l’impatto sul turismo enogastronomico, anche con nuove proposte per la promozione delle Dop e Igp.

Il teatro a Sori dove si è svolto il Convegno "Fattore Comune" - Foto Consorzio Focaccia di Recco Igp

Protagoniste di “Fattore Comune” sono state alcune indicazioni geografiche medio-piccole (le Dop Salumi Piacentini, Robiola di Roccaverano, Peperone di Pontecorvo, Crudo di Cuneo, Basilico Genovese, la Docg Brachetto d’Acqui e l’Igp Radicchio Rosso di Chioggia, impiegate anche in meravigliosi piatti in uno specifico evento serale) e, naturalmente, la padrona di casa, la Focaccia di Recco Igp.

                                                                                                       Foto Consorzio Focaccia di Recco Igp

Soggiornando a Recco, ho potuto toccare con mano la bella realtà di quest’ultimo prodotto, che ha reso questa cittadina una sorta di capitale gastronomica della Liguria.


Un prodotto che esisteva già all’epoca della terza crociata, quando prima della partenza della flotta per la Terra Santa sulle tavole figurava tra le varie pietanze una focaccia di semola e di giuncata appena rappresa, la focaccia col formaggio. In tempi lontanissimi poi la popolazione recchese si rifugiava nell’immediato entroterra per sfuggire alle incursioni dei saraceni. E si narra che grazie alla disponibilità di olio, formaggetta e farina, cuocendo la pasta ripiena di formaggio su una pietra d’ardesia, venne “inventato” quel prodotto gastronomico che oggi conosciamo come “Focaccia di Recco col Formaggio”.


L’apprezzamento della Focaccia di Recco è cresciuto sempre di più nel tempo, varcando i confini territoriali, ma i molti consensi sono stati accompagnati anche da tante imitazioni. I produttori locali hanno quindi chiesto ed ottenuto, una volta costituitisi in Consorzio, l’intervento delle istituzioni preposte per difendere il nome del proprio prodotto. E’ stata pertanto richiesta la Igp, ottenuta poi dalla Commissione Europea dopo un non semplice iter nel gennaio 2015.

                                                                                                                                 Foto Consorzio Focaccia di Recco Igp

Il riconoscimento dell’Igp rende omaggio alla storia di questo grande prodotto ad elevato valore aggiunto, indissolubilmente legato al territorio ed al proprio nome.

                                                                                                       Foto Consorzio Focaccia di Recco Igp

La produzione stimata di Focaccia di Recco Igp nel 2021 è risultata pari a 90.000 porzioni nei ristoranti e a 700 quintali nei panifici, per un valore di 2,3 milioni di euro. Senza contare l’indotto, perché chi si reca al ristorante o entra in un panificio per gustarla, poi effettua altre consumazioni, aggiungendo ulteriore valore al fatturato complessivo.
La Focaccia di Recco Igp si può produrre soltanto nei comuni di Recco, Camogli, Sori e Avegno e si trova solo nei punti vendita consorziati (in tutto 14, con 21 punti vendita fra ristoranti e panifici, spesso corrispondenti a piccole aziende artigianali).


Nel corso del mio soggiorno a Recco ho potuto assaggiare delle favolose focacce Igp, tutte buonissime, caratterizzare da un impasto esterno molto sottile, croccante e dorato e un gustoso interno formaggioso, morbido e fondente. D’obbligo è assaggiare la Focaccia di Recco presso lo storico ristorante-focacceria
Manuelina (dove anche altre specialità liguri sono cucinate davvero alla perfezione), o presso l’altro locale storico “O Vittorio”, o all’antico ristorante Vitturin, o ancora al ristorante Alfredo, nei pressi della stazione.



Splendida è la focaccia di Recco anche presso il Panificio
Moltedo 1874 il cui “back stage” ho avuto il piacere di visitare. Le persone che ci lavorano trasudano (e sudano) passione preparando una meravigliosa focaccia al formaggio che, in omaggio alla tradizione di famiglia, non prevede l'utilizzo della teglia, aggiungendo una complicazione in più alla preparazione di questo capolavoro della cucina ligure.



Qui si può gustare anche una strepitosa focaccia semplice, una altrettanto buona con le cipolle, una gustosissima farinata e molto altro.


Per una buona focaccia occorre recarsi anche da
Tossini, che dispone altresì di ottimi piatti da tavola calda, come una splendida lasagna al pesto. Fuori dal comune di Recco segnalo poi il ristorante Edobar a Sori e la focacceria Revello a Camogli.


La due giorni di Recco (con sconfinamenti a Camogli e Sori) mi ha fatto quindi scoprire tante belle (e buone) storie che si nascondono dietro alle denominazioni di origine di dimensione più piccola.
E l’essenza di tali denominazioni sta esattamente nelle parole di Lucio Bernini, consulente di marketing e responsabile ufficio stampa del Consorzio della Focaccia di Recco: “Noi non vogliamo invadere il mondo, non vogliamo neanche che il mondo venga qui, perché non siamo in grado di accontentare tutti. Certo, vogliamo mantenere questo prodotto legato al suo territorio e alla sua identità. Questo è un prodotto che si chiama Focaccia, ha quindi un nome comune, come tutti noi (c’è un Carlo, un Giovanni, un Francesco) ma di cognome fa Recco. E su quello ci siamo solo noi”.
Le denominazioni di origine sono fatte di persone che hanno grande amore per la propria terra, per le proprie tradizioni e trasmettono entusiasmo e passione per il proprio prodotto, nel quale si identificano. Esattamente come accadeva ai loro padri e ai loro nonni. 


E tutto ciò le accomuna, creandosi così, appunto, un “fattore comune” che le unisce, così come sono uniti in modo indissolubile in questo ambito prodotti e territori.

Invitato dal Consorzio Focaccia di Recco

8 aprile 2016

Un etnologo al bistrot

Foto tratta dal sito www.raffaellocortina.it
Non credo di avervi mai detto che sono un assiduo lettore dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore, un ottimo settimanale che parla di cultura in tutte le sue espressioni, dall’arte alla letteratura, dalla filosofia alla storia, dalla musica al cinema.
Ebbene, grazie a questo interessante supplemento e ad un suo bell'articolo ho scoperto un delizioso libro ("Un etnologo al bistrot") che consiglio a tutti coloro i quali, come me, amano la Francia e quegli affascinanti locali e “istituzioni” che rispondono al nome di bistrot.
Un libretto molto gradevole che si legge piacevolissimamente e scorrevolmente che riguarda appunto proprio questi luoghi, analizzati e sviscerati dall’autore (l’etnologo Marc Augé) sotto i più vari profili e punti di vista.
Il bistrot è un simbolo della Francia e, sia pur esportato in tutto il mondo, rimane sempre un emblema che la identifica, rappresentando un baluardo anche della città dove più sono presenti non solo fisicamente, e cioè Parigi.
Il bistrot è un luogo delle relazioni “di superficie”, dove non conta ciò di cui si parla (a volte si scambiano parole per non dire nulla), ma piuttosto i gesti che si compiono e le interazioni con le persone. Anche se bisogna ammettere che il bistrot non è soltanto un luogo di relazioni sociali, ma pure il posto dove ognuno ritrova sè stesso (al bistrot vi sono più persone sole che coppie) senza interagire con gli altri. O al massimo con un fidato cameriere che ben conosce i comportamenti dei clienti, anticipandoli, ed il modo di trattare gli habitués di questi locali.
Il bistrot è quindi un posto dove si vuole essere accolti ma al contempo anche ignorati, in quanto i rapporti con chi li frequenta sono assolutamente facoltativi.
Esso è un teatro della vita, in cui si è al tempo stesso attori e spettatori e dove si può stare per ore ad osservare tutto quello che accade nei tavoli vicini o in strada, analizzando storie carpite segretamente o solo intuite. Davanti ai suoi banconi di zinco (il centro di gravità di questi locali, secondo l’autore), alle sue sedie in legno, ai suoi arredi, ai suoi specchi, “vengono offerti frammenti di storie vissute in tempo reale delle quali chiunque può immaginare a suo piacimento quello che è successo prima e quello che succederà dopo”. Lo spazio del bistrot, in questo senso, può dirsi romanzesco.
Il bistrot rappresenta anche un altro tipo di spazio, quello cosiddetto intermedio: la mattina quando ci si reca al bistrot non si è più casa, ma nemmeno ancora altrove; al ritorno non si è ancora a casa, ma nemmeno più altrove. E’ una sorta, quindi, di prolungamento dello spazio domestico o un’anticipazione del ritorno a casa.
Parlando di bistrot nel libro non si può non citare il Commissario Maigret di Simenon che proprio dentro a questi locali, nel mentre beveva un calice di bianco, un liquore o una birra o assaporava l’ottima cucina locale che questi posti esprimono, è sempre riuscito a trarre decisivi spunti sui casi da risolvere, osservando da vicino o più da lontano i comportamenti di personaggi chiave delle sue inchieste, siano essi protagonisti o testimoni. E a noi tutti, amanti e lettori di Maigret, piace immergerci nelle atmosfere in cui agiva il Commissario e dove il bistrot aveva sempre un ruolo cardine, insieme a bettole di passaggio o alberghetti di provincia.
Oggi i bistrot stanno assumendo una naturale evoluzione, virando a volte su ”locali dependance” di quelli dei grandi chef, meno costosi e con un numero inferiore di piatti offerti ma sempre di qualità e innovativi (si parla a tal proposito della cosiddetta “bistronomie” che oggi tanto va di moda in Francia).
A me piace però pensare (e sperare) che i bistrot non si snatureranno troppo e che si possa continuare a mangiare presso di essi soltanto l’autentica cucina francese del territorio. Molti bistrot hanno un’origine regionale e sin dalle loro insegne, per dirla con Augé, “vi è una promessa di ghiotta autenticità, dove il sapore di un vino è associato al profumo di qualche specialità cucinata con tutti i crismi”.
Ed io, come l’autore del libro, non voglio e non vorrò mai rinunciare a una testina di vitello in salsa gribiche, a una fricassea di vitello o ad una splendida salsiccia aux deux pommes preparata classicamente e come Dio comanda.

14 ottobre 2015

Le vere, maestosissime Fettuccine all’Alfredo


Parliamo oggi di un mitico piatto, che è entrato nella storia della ristorazione capitolina e che è ormai da tempo affermato in tutto il mondo.
Come si intuisce dal titolo di questo post, mi riferisco alle fettuccine all’Alfredo che solo di recente ho assaggiato per la prima volta (ebbene sì!) nel posto dove bisognava assaggiarle e cioè nel ristorante “Il Vero Alfredo” a Piazza Augusto Imperatore, in pieno centro a Roma.
Si tratta di un ottimo piatto, di cui è interessante soprattutto conoscere la storia, oltre che apprezzarne la bontà e le sue caratteristiche.
Dovete sapere che Alfredo Di Lelio cominciò a lavorare sin da ragazzo in una piccola trattoria aperta da sua madre in una piazza vicina all’attuale Galleria Sordi. E all’età di circa 25 anni inventò questo piatto a base di burro e parmigiano all’esclusivo scopo di fornire un “ricostituente naturale” alla moglie Ines, provata in seguito al parto del suo primogenito.
Queste fettuccine ebbero innanzitutto un grande successo a livello familiare, ma presto divennero il piatto che, inserito nel menù del locale, rese noto e popolare il suo inventore.


Alfredo Di Lelio trasferì successivamente il suo locale in via della Scrofa, per poi aprire, insieme al figlio, il ristorante che tuttora esiste in Piazza Augusto Imperatore. Ed è proprio qui che Alfredo ottenne un grande successo di pubblico e di clienti famosi negli anni della “Dolce Vita”, testimoniato dalle tante foto di vip che sono affisse alle pareti del locale. Un successo che richiama ancora oggi un flusso ininterrotto di turisti da ogni parte del mondo.


Le fettuccine all’Alfredo vengono chiamate anche “al doppio burro”, perché si mantecano una prima volta con acqua di cottura e una dose generosa di burro in modo che si formi una bella cremina. E poi una seconda volta, sullo stesso tavolo dove vengono servite, con ancora tanto burro e parmigiano e, se necessario (aggiungo io), altra (poca) acqua di cottura.


Queste fettuccine sono famose anche per un altro motivo e cioè per il fatto di esser servite con le “posate d’oro”. Queste ultime furono donate ai proprietari del locale, più o meno negli anni ’30, da una famosa coppia del cinema americano in viaggio di nozze a Roma, Mary Pickford e Douglas Fairbanks, in segno di gratitudine per l’ospitalità e la bontà del piatto. Da quel momento i clienti più prestigiosi del locale gustano questo piatto proprio con delle posate d’oro.


E così la leggenda di queste fettuccine fu “esportata” in America. Per farvi capire quanto questo piatto sia conosciuto negli USA basti dire che oggi qualcuno considera addirittura le fettuccine all’Alfredo come uno dei piatti tipici della cucina americana!!!
Finisce qui il mio racconto sulla storia di questo piatto, che da qualcuno è stato considerato e definito di “archeologia gastronomica”.
Non potevo non prepararlo anche a casa e devo dire che questo super calorico primo è davvero molto buono nella sua semplicità e fa inevitabilmente tornare col pensiero alle atmosfere della Dolce Vita. 


Ma anche agli ambienti delle trattorie romane del dopoguerra, abitualmente frequentate dai cosiddetti “commendatori al doppio burro”…

13 maggio 2015

Magnammancill!


Sono stato qualche giorno fa a vedere a Napoli una partita di Europa League del Napoli.
Guardare allo stadio un partita di calcio è sempre un’emozione tutta particolare, soprattutto per me che non ci vado così frequentemente (più o meno una volta all’anno).
E’ bella l’atmosfera festosa fuori dallo stadio, ovviamente quando si tratta di partite non a rischio violenza e scontri tra tifosi, e condividere con gli altri le emozioni di ciò che avviene in campo e sugli spalti, quando si inneggia e si canta.


E poi sono stupendi i colori dello stadio, a cui ciascuno contribuisce con bandiere, magliette, striscioni, che danno quel “valore aggiunto” che non si può necessariamente avere davanti al televisore di casa.
L’atmosfera dello stadio di Napoli, il San Paolo, poi, “sà” di pizze fritte, di panini con salsicce e friarielli, di caffè Borghetti, di canzoni di Pino Daniele e di ricordi di Maradona che più di tutti ha reso grande il Napoli.
Giovedì scorso la partita ha avuto il suo inizio con uno striscione molto divertente ed eloquente di quello che doveva essere o si auspicava che fosse il risultato finale.
Magnammancill, recitava, parola che tradotta dal dialetto napoletano vuol dire “mangiamoceli”. Giusta affermazione, in senso sportivo ovviamente, visto che l’avversario in teoria non doveva essere per niente impegnativo per la mia squadra.
Il risultato finale, 1-1, dimostra che gli avversari non ce li siamo propriamente “mangiati”, ma rimane l’affermazione divertente e piacevole.
Orbene, un foodblogger come me, quando si sposta, abbina sempre al viaggio qualche ottima zingarata enogastronomica e anche questa volta ho voluto confermare questa tradizione. Quindi il magnammancill si poteva comunque benissimo adattare al consumo di qualche buon pasto di qualità nella mia città natale. E così è stato.
Il giorno dopo la partita ho cominciato la giornata con una buona colazione da La Caffettiera a Piazza dei Martiri (ottimo in particolare il latte macchiato freddo, che consumo spesso quando sono in queste zone e che a mio avviso solo a queste latitudini sanno ben fare).


Successivamente, una lunga passeggiata in centro mi ha consentito, in una giornata estremamente calda con un mare che era un incanto, 


di poter presto digerire la colazione e di poter apprezzare le mitiche sfogliate di Pintauro e il Vesuvio di babà di Scaturchio (in questo caso l’apprezzamento è stato solo visivo).


Una successiva e altrettanto lunga camminata per le strade della Pignasecca e per via dei Tribunali mi hanno fatto riscoprire una Napoli che da tempo non vedevo così bella. Le sue stradine un po’ “sgarrupate” e caratteristiche mi hanno d’incanto fatto immergere nello splendido film-documentario Passione o in quello sulla musica napoletana condotto da Joe Bastianich su Sky Arte.


Tra una viuzza e l’altra scorgo anche un posto dove, quando avrò più calma, andrò di corsa: Le Zendraglie (un giorno vi spiegherò l’interessante origine di questo nome) che è al tempo stesso tripperia e trattoria …Qui si mangia ‘o pere e ‘o musso, la zuppa di soffritto, la trippa cacio e uova. Ma è possibile trovare anche piatti tipici napoletani come quella che io chiamo PPP (pasta, patate e provola) e la mitica genovese.


All’ora di pranzo non potevo non mangiare una bella pizza…Beh, a Napoli, …. la città campione del mondo della pizza…
E poiché non avevo mai assaggiato la pizza da Gino Sorbillo sul lungomare di Via Partenope era ora di sperimentare…


Da rilevare per inciso che Gino Sorbillo vende in un paio di punti della città (vicino al suo locale storico ai Tribunali e anche nei prezzi di Piazza Plebiscito) dell’ottimo street food di qualità preparato con materie prime di pregio, offrendo pizze fritte e altre tipicità da pizzeria.


Il locale di Sorbillo sul bellissimo lungomare di Napoli si chiama Lievito Madre al mare ed è stupendo innanzitutto per la sua splendida location vista Castel dell’Ovo e per l’arredamento riposante e piacevole (pareti in maioliche bianche e blu).


Dal punto di vista del cibo, si trovano cose buone a cominciare dagli antipasti: taralli con birra o con bollicine, una grandiosa fresella della larghezza di una pizza con pomodori e il mitico “sizzone” di mozzarella di bufala (per 4 persone), crocchè (con provola) ottimi e grandi, frittatine comme il faut e verdure in pastella leggerissima e non unta. Poi è stata l’ora della pizza. Come non prendere la Margherita che è anche quella benedetta di recente da Papa Francesco (chiamata appunto “pizza Benedetta”) e che rappresenta un benchmark e un riferimento rispetto al quale effettuare confronti? E il confronto con altre pizze margherite la colloca al top…o almeno alla pari con quella di altri grandi pizzaioli campani.


Prima di riprendere il treno, una sosta al Gran Caffè Cimmino, per un ottimo caffè cremoso in tazza bollentissima con acqua minerale (frizzante ma non troppo, come piace a me) servita “in automatico”, cose tutte queste che ci sogniamo a Roma…

E a Napoli c'è chi ancora dona il caffè sospeso ;)
Alla prossima, Napoli, sei sempre bellissima! ;)

22 gennaio 2015

La mia Lisboa golosa


 “…e Lisbona scintillava nell’azzurro di un brezza atlantica,
sostiene Pereira”
Antonio Tabucchi da “Sostiene Pereira”
 
Eccomi a parlarvi, come promesso, del mio viaggetto di inizio anno nella splendida capitale del Portogallo, Lisbona.
Ve ne parlerò come di solito amo parlare dei miei viaggi, senza entrare in approfondimenti “pesanti” ed eccessivamente culturali e sbilanciandomi e concentrandomi di più, guarda un po’, sull’offerta enogastronomica che propongono i luoghi.


Beh, innanzitutto devo dire che, come a volte capita con le persone, un giudizio, che spesso rimane confermato anche dopo, si può dare già dalla prima impressione che si è avuta della città. Ebbene, Lisbona mi ha colpito e sedotto subito per la sua luce. Sarà che durante il mio soggiorno le giornate sono state splendidamente soleggiate, sarà che è una città che si affaccia sul Tago (Tejo in portoghese) con appena dietro l’oceano, che consentono una diffusione “a specchio” della luce, sarà che questo tipo di città, come quelle del mediterraneo, la luce ce l’hanno dentro….E poi di Lisbona mi ha intrigato molto questo suo aspetto a tratti retrò, decadente, che può ricordare tante grandi città del nostro Sud.


La città si sviluppa in tanti piccoli quartierini, tutti molto caratteristici e pittoreschi. Come il Bairro Alto (dove c’è da sostare innanzitutto al cafè A Brasileira, al cui esterno campeggia la statua di Pessoa) che la sera diventa una vivacissima zona dove poter prendere un drink ascoltando della buona musica. A tal proposito ho visitato locali davvero carini, a volte simili a vere e proprie case, dove poter bere una ginjinha, un tipico liquore alla ciliegia, un buon porto invecchiato o un Madeira, facendo piacevoli chiacchiere.

 
Di Lisbona è d’obbligo citare anche la stupenda, ampia, piena di vita e di luce Praça do Comércio, l’enorme piazza centrale, che si affaccia sul Tago dove alla mezzanotte tra il 2014 e il 2015 dei fuochi spettacolari coloravano il cielo.
 

Bellissime poi sono le viuzze, i vicoli, le piazzette intorno al castello di Sao Jorge, nel tipico quartiere dell’Alfama, dove ho potuto mangiare uno street food tipico di Lisbona, le sardine alla griglia. Lì vicino non perdete la bella cattedrale, la più antica della città, e nemmeno un giretto nel mitico 28, il tram giallo che attraversa i posti più belli di Lisbona e che nel suo percorso inevitabilmente non può escludere ripide discese e salite o strade strettissime.


I quartieri più tipici regalano sempre al visitatore degli stupendi azulejos, piastrelle e ceramiche tipiche, dal colore generalmente bianco e azzurro (di qui il nome). Sul tema degli azulejos, inoltre, c’è da visitare anche uno splendido museo.


Dal lato del cibo, non si può non assaggiare il baccalà, preparato in mille modi. E visto che a me piace tanto, l’ho mangiato spessissimo. Anche in ricette inconsuete (come mi aspettavo), ma pure alla griglia o servito sotto un ampio letto di cipolle stufate o ancora con tante verdure e patate, cotto nella cataplana.



Della cataplana parlerò in un post a parte, ma per ora vi basti sapere che è una pentola, di solito in rame, a forma di conchiglia che si chiude ermeticamente e in cui i cibi si cuociono sostanzialmente a vapore. I vantaggi sono quindi: cotture più brevi, sapori che si concentrano e non si disperdono e si evita l’utilizzo di troppi grassi che effettivamente non sono necessari.
Di cataplane di baccalà ne ho assaggiate a Lisbona, ma in essa si può cuocere di tutto. Un utilizzo classico è cucinarci i frutti di mare. In un ottimo ristorante (quello del museo della Cerveja; a proposito: la birra a Lisbona è proprio buona!) in Praça do Comércio ho mangiato ad esempio una splendida cataplana di cozze super grandi e super buone.
 

Ed anche un fantastico ed enorme polpo con verdura e patate (a Lisbona lo sanno proprio ben cucinare: anche se di frequente è enorme, è morbidissimo!).


E già che mi trovo a parlare di questo ristorante, non posso non citare delle mitiche e a mio avviso imperdibili crocchette di baccalà, con all’interno un cuore di formaggio fuso di capra: una vera delizia!
Del resto i formaggi portoghesi sono molto buoni e saporiti: ho assaggiato qua e là dei notevoli formaggi di capra ed uno di latte misto capra-pecora, il Queijo Picante da Beira Baixa, una fantastica Dop che ben si accompagna con marmellate e confetture.
Tra gli altri locali da visitare, può essere carino andare a mangiare del pesce fresco in qualche buon ristorantino nei docks sotto il Ponte 25 aprile, con vista sul Cristo (simile a quello di Rio) o cenare ascoltando il fado in qualche locale tipico (cercando di evitare, se possibile, quelli troppo turistici). Il fado è come un monumento che deve essere visitato. Non si può non sentirlo e non è poi così triste, come si dice o si può pensare.
Sempre in tema di cose golose, vale la pena di fare anche una piccola deviazione fuori porta, non lontano da Lisbona. Oltre a vedere la bella Cascais, villaggio di pescatori che ha anche un bel faro, Estoril (da quel poco che ho visto dal bus mi sembra molto carina, con anche un bel casinò), Cabo da Roca, Sintra, occorre recarsi anche a Belem. Qui merita di esser vista la sua torre e il suo monastero, ma per noi foodies vi è un’imperdibile tappa: l’antica pasteleria di Belem.
 

Dovete sapere che ovunque a Lisbona si preparano delle tartellette ripiene di crema (pasteis) che sono sempre discretamente buone. Ma questi stessi pasteis sono n-mila volte più buoni in questo locale. Friabili, sfogliosi, con una crema mai mangiata così buona, tiepidi, con una crosticina appena bruciacchiata, sono un vero spettacolo! Se sono entusiuasta io che non amo troppo i dolci… Si possono mangiare “nature” o con aggiunta di cannella o zucchero a velo. La ricetta è segretamente custodita da questo storico locale, che risale ben al 1837. Andateci e non ve ne pentirete!


Per ora è tutto e ci sentiamo presto per altri post sull’interessantissima cucina portoghese.